Abbigliamento, solidarietà trasformata in business illegale

In generale è considerato un peccato, o quantomeno un inutile spreco, buttare via oggetti ancora utilizzabili, che potrebbero essere utili a qualcun altro.

Soprattutto nel caso dell’abbigliamento, è consuetudine lasciare i propri indumenti dismessi ed ancora in buono stato nei cassonetti gialli, che è possibile trovare agli angoli delle nostre strade, che raccolgono capi da destinare alle persone in difficoltà.

Ma il dubbio che spesso assale chi dona, altrettanto spesso si concretizza: invece che andare in beneficenza, i nostri indumenti usati vado ad alimentari dei business milionari, e naturalmente illegali.

Come dimostrano le più recenti inchieste, sempre più frequentemente gli abiti raccolti finiscono per alimentare traffici illeciti, soprattutto a causa di una legislazione non particolarmente chiara e puntuale: le 110mila tonnellate di vestiti usati che vengono raccolte mediamente ogni anno, finiscono per alimentare un giro d’affari di circa 200 milioni di euro in Italia.

In particolare questi dati emergono da uno studio effettuato dalle organizzazioni Humana People to People Italia e Occhio del Riciclone Onlus, che mette sotto la lente di ingrandimento tutti gli anelli della filiera: il criterio della trasparenza non è un requisito richiesto nei bandi di gara per l’assegnazione del servizio per la raccolta degli abiti usati, non viene quindi richiesto un certificato antimafia, né chiarimenti sull’utilizzo che di quei vestiti verrà fatto, e quindi molto spesso si aggiudicano le gare soggetti che alimentano la pratica del contrabbando, il riciclaggio di denaro sporco e il traffico illecito di rifiuti.

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