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Non è solo questione di multe: ecco il Paese dove gli automobilisti si chiedono scusa

Angela Gemito Feb 25, 2026

La filosofia del volante: chi sono e dove vivono gli automobilisti più educati del pianeta

Immaginate di trovarvi nel mezzo del traffico dell’ora di punta. Intorno a voi, il silenzio è interrotto solo dal rotolamento degli pneumatici sull’asfalto. Nessun colpo di clacson nervoso perché il semaforo è diventato verde da un microsecondo, nessuna manovra azzardata per guadagnare un metro di asfalto, nessun gesto di insofferenza. Per molti guidatori europei, questa descrizione somiglia più a un’utopia fantascientifica che a una realtà quotidiana. Eppure, esistono angoli del globo dove l’educazione stradale non è un optional lasciato alla buona volontà del singolo, ma un pilastro culturale consolidato.

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Il concetto di “educazione al volante” è complesso da misurare. Non si tratta solo di rispettare i limiti di velocità o di non passare col rosso – compiti che spettano al codice della strada e alla paura delle sanzioni – ma di quella zona grigia chiamata “etiquette”: la capacità di favorire un inserimento, di ringraziare con un gesto della mano, di mantenere la distanza di sicurezza per pura cortesia verso chi ci precede. Recenti studi internazionali e sondaggi condotti su larga scala tra i viaggiatori hanno cercato di dare un nome e un volto a questi guidatori modello.

Il primato della cortesia: il caso del Regno Unito

Secondo le ultime rilevazioni del 2025, il Regno Unito si conferma stabilmente ai vertici delle classifiche per la gentilezza stradale. Potrebbe sembrare un paradosso per chi associa le strade britanniche alla pioggia incessante e alle rotatorie infinite, ma i dati parlano chiaro. Il guidatore britannico medio possiede un senso della cooperazione che affonda le radici in una cultura sociale che premia il decoro e la pazienza.

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In Gran Bretagna, l’uso del clacson è considerato un atto di estrema maleducazione, quasi un insulto personale, a meno che non sia strettamente necessario per evitare un pericolo immediato. La pratica di “fare spazio” a chi esce da un parcheggio o da una via laterale è la norma, non l’eccezione. Questa attitudine trasforma la guida da una competizione agonistica a un esercizio di convivenza civile. Ma cosa spinge un popolo a essere così disciplinato? In parte, la risposta risiede nella severità e nella completezza dei test di guida, ma il fattore determinante resta la pressione sociale: essere un guidatore aggressivo, in Inghilterra, significa essere un reietto sociale.

L’ordine zen del Giappone

Spostandoci verso Oriente, il Giappone rappresenta l’eccellenza assoluta della disciplina. Se nel Regno Unito parliamo di cortesia, in Giappone dobbiamo parlare di rispetto cerimoniale. Chiunque abbia guidato tra le strade di Tokyo o nelle prefetture rurali sa che il “ringraziamento con le quattro frecce” è un linguaggio universale. Quando un automobilista vi cede il passo, è consuetudine attivare per due o tre lampeggi gli indicatori di emergenza: un breve “arigato” luminoso che disinnesca ogni possibile tensione.

Il Giappone domina regolarmente le classifiche di sicurezza e affidabilità, ma è nella gestione degli spazi condivisi che stupisce maggiormente. Il pedone è sacro, il ciclista è rispettato e l’automobilista si percepisce come l’elemento più “pericoloso” del sistema, assumendosi quindi la responsabilità di proteggere gli altri. È una ribaltamento di prospettiva radicale rispetto alla cultura del “passo io perché sono più forte”.

Il Nord Europa e la sicurezza come forma d’arte

Non si può parlare di educazione stradale senza citare la Norvegia e i Paesi Bassi. Qui, l’educazione al volante è stata letteralmente disegnata nelle infrastrutture. In Norvegia, la densità abitativa ridotta aiuta a mantenere la calma, ma è l’approccio pedagogico a fare la differenza. I guidatori norvegesi sono istruiti a prevedere l’errore altrui, trasformando la prudenza in una forma di cortesia proattiva.

Nei Paesi Bassi, invece, la sfida è la convivenza. Con milioni di biciclette che solcano le strade, l’automobilista olandese ha sviluppato un “occhio sociale” unico al mondo. La celebre tecnica del “Dutch Reach” – aprire la portiera con la mano destra per essere costretti a girarsi e guardare se arrivano ciclisti – è l’emblema di come l’educazione possa diventare un automatismo salvavita.

L’eccezione del Mediterraneo e la sorpresa della Turchia

Curiosamente, alcune recenti indagini basate sulle recensioni dei turisti hanno rimescolato le carte, portando alla ribalta destinazioni inaspettate. La Turchia, ad esempio, è stata segnalata tra i paesi con i guidatori più ospitali verso gli stranieri. Sebbene il traffico di Istanbul possa apparire caotico a un occhio inesperto, esiste una rete non scritta di solidarietà tra guidatori che permette al sistema di fluire senza l’aggressività che spesso caratterizza le metropoli occidentali.

E l’Italia? Il nostro Paese vive una situazione dicotomica. Se da un lato siamo percepiti come guidatori “creativi” e talvolta indisciplinati, dall’altro stiamo scalando le classifiche di gradimento per quanto riguarda la capacità di reazione e l’istinto al volante. Tuttavia, la cortesia formale rimane un punto debole: il clacson resta il nostro strumento di comunicazione preferito, spesso usato più per sfogo che per segnalazione.

Perché l’educazione stradale sta cambiando

Lo scenario futuro dell’educazione al volante è destinato a subire una metamorfosi profonda con l’avvento della guida autonoma e assistita. Se oggi la gentilezza dipende dall’umore di un individuo, domani potrebbe essere codificata negli algoritmi. Un’auto a guida autonoma è, per definizione, il guidatore più educato del mondo: non si arrabbia, rispetta sempre le precedenze e non cerca di sorpassare a destra.

Tuttavia, il rischio è che la tecnologia ci porti a perdere quel “contatto umano” fatto di sguardi e gesti d’intesa che oggi rendono piacevole un viaggio in territori civili. La vera sfida dei prossimi anni non sarà solo costruire auto più intelligenti, ma preservare l’umanità dietro il volante, evitando che l’abitacolo diventi una bolla di isolamento e frustrazione.

Oltre la classifica: un cambio di mentalità

In definitiva, analizzare la classifica degli automobilisti più educati non serve a dare “voti” ai vari Paesi, ma a riflettere su come lo spazio pubblico venga vissuto. La strada è l’unico luogo dove persone di estrazione sociale, età e culture diverse si trovano a dover collaborare forzatamente per un obiettivo comune: arrivare a destinazione sani e salvi.

Paesi come la Nuova Zelanda o il Canada ci insegnano che la pazienza è un investimento: un guidatore che non corre e che rispetta gli altri riduce lo stress collettivo, abbassa il numero di incidenti e, paradossalmente, arriva a destinazione prima perché evita gli ingorghi causati dai piccoli tamponamenti nervosi.

La classifica è fluida, i dati cambiano ogni anno, ma la domanda resta la stessa: che tipo di guidatore vogliamo essere quando chiudiamo la portiera? La risposta potrebbe dipendere meno dal Paese in cui ci troviamo e molto più dalla nostra capacità di vedere, in quell’auto che ci taglia la strada, non un nemico da punire, ma un altro essere umano che condivide con noi lo stesso nastro d’asfalto.

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