Depressione, sempre più donne e disoccupati italiani ne soffrono

VEB

La depressione, tra le prime cause di invalidità al mondo, è una patologia spesso sottovalutata, anche se ne soffrono ben 322 milioni di persone al mondo, con un aumento negli ultimi dieci anni di quasi il 20%.

Come sottolinea l’Oms, si tratta di una malattia in costante e drammatica crescita. Dal 2005 al 2015 ha visto infatti un aumento del 18,4% dei casi, ma solo la metà di chi ne è colpito ha accesso a cure e trattamenti adeguati, proporzione che cala al 10% in alcuni Paesi particolarmente poveri.

Ed il vero e proprio boom della depressione arriverà nel prossimo decennio fino a diventare nel 2030 la prima causa al mondo di giornate di lavoro perse per disabilità, superando il primato storico delle malattie cardiovascolari.

Purtroppo questa patologia è dilagante anche in Italia: sono oltre 2,8 milioni gli italiani che soffrono di depressione, circa il 5,4% della popolazione contro una media europea del 7,1%.

Lo rivela l’Istat sottolineando che la depressione colpisce di più le donne (9,1% contro il 4,8% degli uomini) e chi non lavora.

Guardando i dati per genere, il tasso di depressione femminile è quasi doppio rispetto a quello maschile (9,1% contro 4,8%). Quanto al lavoro, nella popolazione tra i 35 e i 64 anni dichiara ansia e disturbi depressivi l’8,9% dei disoccupati e il 10,8% degli inattivi rispetto ad appena il 3,5% degli occupati.

La depressione è spesso associata con l’ansia cronica grave: l’Istat stima che il 7% della popolazione oltre i 14 anni (3,7 milioni di persone) abbia sofferto nell’anno di disturbi ansioso-depressivi. E al crescere dell’età aumenta la prevalenza dei disturbi di depressione e ansia cronica grave (dal 5,8% tra i 35-64 anni al 14,9% dopo i 65 anni) che si associano a condizioni di svantaggio sociale ed economico: rispetto ai coetanei più istruiti, raddoppiano negli adulti con basso livello di istruzione e triplicano (16,6% rispetto a 6,3%) tra gli anziani, fra i quali risultano però meno evidenti i differenziali rispetto al reddito.

Nel report “La salute mentale nelle varie fasi della vita – anni 2015-17”, l’istituto di statistica evidenzia anche un altro dato: sono in aumento gli alunni con disabilità nelle scuole italiane, soprattutto quelli con disturbi di salute mentale, che raggiungono quota 170mila.

Nell’anno scolastico 2016-17, afferma l’Istat, “gli alunni con disabilità sono circa il 3% degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado e quelli con disabilità intellettiva sono pari a 2 alunni con disabilità su 3”.

Così, su 100 alunni cui è riconosciuto il sostegno, l’8,8% ha disabilità sensoriali, l’11,6% motorie e il 19,4% disturbi del linguaggio. Ma la quota dominante è appunto rappresentata dalle disabilità intellettive: il 23,9% ha un disturbo evolutivo globale dello sviluppo psicologico, il 45,4% una disabilità intellettiva, il 17,3% soffre di disturbi del comportamento e dell’attenzione, il 16,5% di disturbi affettivi relazionali.

Ma per quale motivo i numeri sono così in aumento, soprattutto tra gli anziani e coloro che non lavorano? Per gli esperti la risposta sta nell’isolamento sociale, che è sempre più diffuso.

A spiegarlo lo psichiatra e past president della Società italiana di psichiatria (Sip) Claudio Mencacci. “Il disturbo depressivo – spiega l’esperto – è in aumento in primo luogo tra gli anziani, soprattutto donne, e la causa primaria sta nella progressiva e crescente sensazione di isolamento sociale avvertita da questa fascia di popolazione”. Infatti, rileva, “si è impoverita la rete familiare e sociale e, in primo luogo nelle metropoli, è ormai venuta a mancare quella tradizionale assistenza di ‘buon vicinato’ del passato”.

Proprio l’isolamento sociale dunque, spiega Mencacci, “è la molla che, in questi soggetti, può far scattare la depressione. Al contrario, le relazioni sociali contribuiscono a mantenere viva l’attività cerebrale”.

Sempre l’isolamento è la ‘chiave’ per spiegare l’aumento del disturbo anche tra disoccupati, inoccupati o persone con livello basso di istruzione: “Proprio queste categorie, alle quali si aggiungono anche gruppi in aumento di giovani che non studiano e non cercano lavoro, sono tra quelle a maggior rischio di ghettizzazione. Una condizione che, in soggetti particolarmente vulnerabili, può facilmente aprire la strada al disturbo depressivo”.

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