Dieta sana? Fuori carboidrati e patate, dentro grassi e carne

Eleonora Gitto

Incredibile ma vero: uno studio recente afferma che una dieta sana deve ridurre la quantità di carboidrati e patate e aumentare grassi e carne.

La maggior parte delle persone comincia a essere disorientata. Fino a oggi siamo vissuti con l’incubo dei grassi e della carne.

Ci hanno sempre detto che una dieta ricca di grassi saturi, influisce direttamente sulla salute del cuore e delle arterie, giacché a medio e lungo termine, innalza i livelli dei lipidi nel sangue, causando ostruzioni e generando malattie di diversa natura.

Per la carne, specialmente quella rossa, si è parlato di incremento della tossicità dell’urina, problemi al cuore e addirittura tumori.

Ora arriva il contrordine: “Limitare l’assunzione di grassi non migliora la salute delle persone, che invece potrebbero trarre benefici se fosse ridotto l’apporto dei carboidrati al di sotto del 60% dell’energia totale, e aumentando l’assunzione di grassi totali fino al 35%”.

Questo ha detto Mahshid Dehghan, ricercatrice del Population Health Research Institute della McMaster University, e tra gli autori dello studio PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology) presentato al congresso europeo di cardiologia, a Barcellona.

Nello studio, i cui risultati sono stati pubblicati in contemporanea su Lancet, si afferma che le linee guida attuali limitando l’apporto dei grassi totali sotto il 30 per cento dell’energia e i grassi saturi a meno del 10 per cento, non è attendibile perché non tiene conto dei risultati delle risultanze delle indagini effettuate dal team che ha lavorato a PURE secondo il quale una dieta ricca di glucidi (zuccheri) sarebbe associata a un maggior rischio di mortalità, mentre i grassi saturi e insaturi, sarebbero associati a un più basso rischio di mortalità.

PURE, condotto per dodici anni su oltre 154 mila persone. Il campione preso in esame tra il 2003 e il 2013 in 18 Paesi a reddito basso, medio e alto, dei cinque Continenti, è uno degli studi epidemiologici più ampi e completi sull’impatto dell’urbanizzazione sulla prevenzione primordiale (attività fisica, cambiamenti nell’alimentazione, e quant’altro), sui fattori di rischio (obesità, ipertensione, dislipidemia ecc.) e l’insorgenza di malattie cardiovascolari.

Per arrivare a questi risultati, sono state analizzate le abitudini alimentari dei soggetti tenuti sotto osservazione. I partecipanti, una volta compilato un questionario che ha fornito notizie sulle percentuali di carboidrati, grassi o proteine inseriti nella dieta, sono stati suddivisi in classi secondo la dieta seguita.

I dati rilevati sono stati comparati con quelli concernenti gli eventi e alla mortalità cardiovascolare: in totale 5796 decessi e 4784 eventi.

I ricercatori in questo modo hanno potuto costatare un consumo maggiore di carboidrati portava a un rischio di mortalità aumentato del 28%, rispetto a un consumo più basso di zuccheri, ma non a un maggior rischio cardiovascolare.

Di rimando, un consumo maggiore di grassi portava a una riduzione del 23% del rischio di mortalità totale, ma anche a una riduzione del 18% del rischio di ictus e del 30% del rischio di mortalità per cause non cardiovascolari.

“Per decenni le linee guida nutrizionali hanno puntato l’attenzione sulla riduzione dei grassi totali e sugli acidi grassi saturi, partendo dal presupposto che sostituire questi ultimi con carboidrati e grassi insaturi avrebbe abbassato il colesterolo LDL riducendo così il rischio di eventi cardiovascolari” ha spiegato l’autrice dello studio – ma questo approccio si basa su dati riguardanti popolazioni occidentali, nelle quali l’eccesso di cibo è una realtà ben nota”.

Per gli autori di PURE, la loro ricerca assume particolare importanza perché consente di “studiare l’impatto della dieta sulla mortalità totale e sulle malattie cardiovascolari in contesti differenti, quindi anche in quelle aree in cui il vero problema è la malnutrizione”.

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