Interpretare i segni, ci pensa la semiotica

Redazione

Ci sembra scontato che quando agitiamo la mano vogliamo salutare qualcuno o quando scuotiamo la testa vogliamo esprimere un diniego, ma è veramente così scontato?
La risposta è naturalmente no: ogni società codifica in modo differente i suoi segni, i suoi gesti e in generale tutti i messaggi.

Lo stesso gesto in una società può avere un determinato significato ed in un’altra uno completamente opposto, come lo stesso colore può suscitare sentimenti contrastanti in paesi diversi.

C’è una scienza che si occupa di come vengono codificati ed interpretati segni e segnali: la semiotica.

Secondo la definizione più diffusa, il termine deriva dal greco σημεῖον semeion, che significa “segno” ed è appunto la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi abbiano un senso.

La semiotica intende i segni sia come strutture che rinviano a qualcos’altro, sia come testi codificati secondo un determinato codice, sia ancora come l’interazione tra lo stesso testo trasmesso e il suo ricevente, che lo identifica secondo la sua personale maniera.

Molto basilarmente in ogni segno vengono rintracciati un significante, la parola o il gesto come arrivano al destinatario, e il significato, il concetto che le suddette parole e gesti veicolano, portano con sé in modo imprescindibile.

Padri della semiotica sono considerati F. de Saussure e C.S. Peirce i quali hanno posto le basi teoriche della disciplina, e da cui sono derivate due visioni opposte che ancora oggi non sono riuscite a conciliarsi.

foto@MaxPixel

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