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Oltre lo stereotipo: cosa dice davvero la scienza sulla mascolinità oggi

Angela Gemito Gen 13, 2026

Il termine “mascolinità tossica” è diventato, nell’ultimo decennio, un punto fermo del dibattito pubblico, della sociologia moderna e della cultura pop. Spesso evocato per descrivere un insieme di comportamenti dannosi — dalla repressione emotiva all’aggressività, fino al sessismo sistemico — il concetto ha cercato di dare un nome a dinamiche relazionali e sociali complesse. Tuttavia, una nuova e imponente ricerca proveniente dall’emisfero australe suggerisce che la narrazione collettiva potrebbe aver semplificato eccessivamente la realtà, dipingendo un quadro che non corrisponde al vissuto della maggioranza degli uomini.

Uno studio longitudinale condotto in Nuova Zelanda, coinvolgendo oltre 15.000 uomini eterosessuali su un arco temporale esteso, ha gettato una luce diversa sulla condizione maschile contemporanea. I ricercatori dell’Università di Auckland e dell’Università del Queensland hanno analizzato i tratti comunemente associati alla “tossicità”, scoprendo che la realtà è molto più sfumata e meno polarizzata di quanto i titoli dei giornali lascino intendere.

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La complessità dietro l’etichetta

Il cuore della ricerca risiede nella scomposizione del termine in indicatori misurabili: misoginia, omofobia, repressione delle emozioni e tendenza alla violenza. Contrariamente all’idea che questi tratti siano componenti intrinseche o onnipresenti della socializzazione maschile, i dati mostrano che la stragrande maggioranza degli intervistati presenta livelli da bassi a moderati di tali caratteristiche.

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Questo non significa che i comportamenti problematici non esistano o che non abbiano un impatto sociale devastante, ma suggerisce che il termine “mascolinità tossica” possa essere diventato una sorta di “ombrello pigro” che oscura la reale diversità dei profili psicologici maschili. La ricerca identifica infatti diversi sottogruppi, dimostrando che la maggior parte degli uomini naviga in una zona grigia di moderazione emotiva e rispetto sociale, ben lontana dagli estremi caricaturali spesso ritratti nei media o nelle discussioni online.

I dati contro il pregiudizio

Entrando nel dettaglio metodologico, lo studio ha utilizzato i dati del New Zealand Attitudes and Values Study, una risorsa preziosa per la sua ampiezza e continuità. Gli scienziati hanno identificato diverse “classi” di mascolinità. Sebbene una piccola percentuale di uomini mostri effettivamente livelli elevati di tratti ostili, la classe dominante è quella definita dai ricercatori come “moderata” o “tradizionale-positiva”.

Si tratta di uomini che, pur potendo conservare alcuni legami con i ruoli di genere classici, non manifestano ostilità verso il genere femminile o verso le minoranze sessuali, e che mostrano una crescente apertura verso l’espressione della propria vulnerabilità. Questo dato è cruciale: suggerisce che il cambiamento culturale è già in atto da tempo, silenzioso ma pervasivo, e che la percezione pubblica di un’identità maschile universalmente “in crisi” o “pericolosa” potrebbe essere distorta da un bias di conferma.

L’impatto sulla salute mentale e sulle relazioni

Perché questi risultati sono così rilevanti oggi? La risposta risiede nel benessere psicologico degli individui e nella qualità delle relazioni interpersonali. Quando una categoria sociale viene definita prevalentemente attraverso i suoi tratti peggiori, si crea un effetto di alienazione. Molti uomini, non riconoscendosi nella descrizione di “mascolinità tossica”, possono sentirsi ingiustamente attaccati o, peggio, finire per chiudersi in una difesa identitaria che blocca il dialogo.

Inoltre, la ricerca sottolinea come la repressione emotiva — spesso citata come pilastro della tossicità — stia lentamente cedendo il passo a nuove forme di consapevolezza. Gli uomini che riescono a distanziarsi dagli stereotipi più rigidi mostrano livelli di soddisfazione relazionale e salute mentale significativamente più alti. Comprendere che la “tossicità” è l’eccezione e non la regola permette di costruire modelli educativi basati sull’incoraggiamento dei tratti positivi esistenti, piuttosto che sulla sola critica di quelli negativi.

Uno scenario in evoluzione

Guardando al futuro, lo studio neozelandese apre la strada a una nuova fase del dibattito di genere. Non si tratta di negare le problematiche legate al patriarcato o alla violenza, ma di affinare gli strumenti di analisi. Se la maggior parte degli uomini è già orientata verso valori di rispetto e moderazione, le strategie per promuovere l’uguaglianza devono cambiare: meno colpevolizzazione collettiva e più valorizzazione dei modelli maschili sani che già popolano la società.

Il rischio di mantenere un linguaggio eccessivamente critico e generalista è quello di spingere chi si sente escluso dal discorso verso derive radicali. Al contrario, riconoscere i progressi fatti dalla popolazione maschile può accelerare la transizione verso una società dove il genere non sia più un limite all’espressione della propria umanità.

Oltre la superficie

La complessità di questi dati invita a una riflessione più profonda. Come si conciliano questi risultati con le statistiche sulla violenza che continuano a preoccupare le cronache? Qual è il ruolo dei social media nel sovrarappresentare i tratti più aggressivi della mascolinità? E soprattutto, come possono le istituzioni e le famiglie sostenere questa silenziosa evoluzione verso una mascolinità più consapevole?

La ricerca dell’Università di Auckland non è un punto di arrivo, ma un invito a guardare oltre le etichette per comprendere l’uomo contemporaneo nella sua interezza. Esplorare le sottili differenze tra le diverse classi di mascolinità identificate dallo studio è il primo passo per una comprensione meno ideologica e più umana dei tempi che viviamo.

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Angela Gemito

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