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Cosa si nasconde davvero sotto il mare di Yonaguni

Angela Gemito Feb 10, 2026

Il gigante di pietra sotto il Mar della Cina

Esistono luoghi in cui la geografia smette di essere una scienza esatta per diventare un racconto sospeso tra mito e geologia. A circa un centinaio di chilometri a est di Taiwan, nelle acque turbolente che circondano l’isola giapponese di Yonaguni, giace una struttura che sfida le nostre certezze sulla storia delle civiltà. Non è una leggenda tramandata da antichi testi, ma una realtà fisica, un colosso di arenaria e argillite che riposa a meno di trenta metri di profondità, noto al mondo come il Monumento di Yonaguni.

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Foto ricostruita con AI

Scoperto quasi per caso nel 1986 da un subacqueo locale, Kihachiro Aratake, mentre cercava nuovi punti per l’osservazione degli squali martello, il sito ha immediatamente scatenato un dibattito che, a distanza di decenni, non accenna a spegnersi. Ci troviamo di fronte alle vestigia di una civiltà perduta, inghiottita dall’innalzamento dei mari dopo l’ultima glaciazione, o siamo testimoni di un capriccio della natura, capace di scolpire la pietra con una precisione che simula l’ingegno umano?

Una geometria che interroga l’archeologia

Ciò che rende Yonaguni un caso unico nel panorama dell’archeologia subacquea è la sua morfologia. La struttura principale misura circa 150 metri di lunghezza per 40 di larghezza e si eleva per quasi 30 metri dal fondale. Ma non è la dimensione a colpire, quanto la forma: una serie di gradoni monumentali, angoli retti quasi perfetti, pareti verticali che sembrano tagliate con una precisione millimetrica e una grande piattaforma che ricorda una piramide a gradoni.

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Il professor Masaaki Kimura, geologo marino dell’Università delle Ryukyu, ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio del sito. Secondo le sue analisi, la struttura presenta elementi difficilmente riconducibili all’erosione naturale: fori post-scavo che suggeriscono l’inserimento di pilastri, canali di drenaggio e persino incisioni che alcuni interpretano come rudimentali geroglifici. Kimura sostiene che il monumento sia stato modellato dall’uomo circa 10.000 anni fa, quando l’area era ancora emersa, facendone una delle strutture più antiche del pianeta, precedente persino alle piramidi d’Egitto.

La prospettiva della geologia: l’arte del caso

Tuttavia, la scienza accademica non è concorde. Molti geologi, tra cui Robert Schoch della Boston University, offrono una spiegazione diametralmente opposta. L’arcipelago delle Ryukyu si trova in una zona ad alta attività tettonica. L’arenaria, per sua natura, tende a fratturarsi lungo piani paralleli, creando quelli che in geologia vengono chiamati giunti.

Secondo questa tesi, l’azione incessante delle correnti oceaniche e dei forti terremoti della zona avrebbe “pulito” le fratture della roccia, creando l’illusione di gradinate e corridoi. Gli angoli retti, che a noi appaiono come prove di un intervento umano, potrebbero essere il risultato di un fenomeno naturale noto come sfaldamento ortogonale. È un paradosso affascinante: la natura, nel suo caos creativo, avrebbe generato una struttura così razionale da ingannare l’occhio umano, portandoci a vedere un progetto dove c’è solo erosione.

Oltre la pietra: il contesto culturale

Per comprendere Yonaguni non ci si può limitare all’analisi mineraria. Bisogna guardare al contesto dell’Asia orientale durante il passaggio dall’epoca del Pleistocene all’Olocene. Se il monumento fosse realmente opera dell’uomo, chi sarebbero stati i suoi costruttori? Si parla spesso della cultura Jōmon, i primi abitanti del Giappone, noti per la loro raffinata produzione ceramica ma non per grandi opere megalitiche.

L’idea di una “Atlantide Giapponese” si inserisce in una narrazione più ampia che riguarda le terre sommerse di Sundaland e la piattaforma continentale asiatica. Durante l’era glaciale, il livello dei mari era circa 120 metri più basso di quello attuale. Intere regioni oggi sottomarine erano vaste pianure abitate. Yonaguni potrebbe essere l’ultimo testimone di un mondo che ha dovuto abbandonare le proprie coste per sfuggire all’inevitabile avanzata dell’oceano.

L’impatto scientifico e il fascino del mistero

Il dibattito su Yonaguni non è solo una disputa accademica tra “naturalisti” e “interventisti”. Rappresenta il confine mobile della nostra conoscenza. Accettare l’origine artificiale del sito significherebbe riscrivere i libri di storia, retrodatando la capacità di organizzazione sociale e architettonica di millenni. D’altro canto, accettare l’origine naturale significa ammirare una delle più spettacolari manifestazioni della geologia marina.

Il sito oggi è una meta privilegiata per il turismo subacqueo, ma rimane un luogo difficile da studiare. Le correnti sono forti e la visibilità variabile. Ogni spedizione aggiunge un tassello: una nuova mappatura 3D, un’analisi più accurata dei sedimenti, la ricerca di tracce organiche nelle fessure della roccia. Eppure, la risposta definitiva sembra sfuggire, quasi come se il monumento volesse preservare il suo segreto.

Uno sguardo al futuro della ricerca

Cosa accadrà nei prossimi anni? La tecnologia sta offrendo strumenti senza precedenti. L’uso di droni subacquei ad alta risoluzione e la scansione laser (Lidar) sottomarina potrebbero presto rivelare se esistono altre strutture simili nascoste nel fango dei dintorni. Se Yonaguni fosse parte di un complesso più vasto, la teoria naturale diventerebbe molto più difficile da sostenere.

Allo stesso tempo, il cambiamento climatico attuale ci spinge a guardare a queste rovine sommerse con occhi nuovi. Esse ci ricordano la fragilità degli insediamenti umani di fronte alla forza dei mari. Che siano state scolpite da mani sapienti o dalla pazienza delle onde, le pietre di Yonaguni restano un monito e una meraviglia, un ponte tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo solo immaginare.

Il viaggio verso la comprensione di questo enigma è ancora lungo. Ogni immersione tra quelle acque turchesi rivela un dettaglio, una simmetria o una frattura che sposta l’ago della bilancia. Resta da chiedersi se siamo pronti ad accettare una verità che potrebbe mettere in discussione le fondamenta stesse della nostra cronologia storica, o se preferiamo cullarci nell’idea che la natura sia la più grande e imprevedibile delle architette.

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Angela Gemito

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Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!

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