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Trenta secondi di spot per dieci fogli: La carta igienica in Cina

Angela Gemito Feb 27, 2026

Il baratto invisibile: quando i dati personali pagano anche i beni essenziali

Immaginate di trovarvi in un luogo pubblico, nel cuore pulsante di una metropoli come Pechino o Shanghai, e di trovarvi di fronte a una necessità fisiologica elementare. Vi avvicinate al distributore di carta igienica e scoprite che non c’è nulla da tirare, nessuna leva da abbassare. Al suo posto, un display luminoso e un QR code. La dinamica è semplice quanto spiazzante: per ottenere ciò di cui avete bisogno, dovete scansionare il codice, guardare uno spot pubblicitario di trenta secondi sul vostro smartphone o registrarvi a un mini-programma su WeChat. Solo allora, un sensore emetterà la quantità prestabilita di carta.

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Quello che potrebbe sembrare un episodio distopico di Black Mirror è, in realtà, una soluzione pragmatica che sta prendendo piede in Cina. Non si tratta solo di tecnologia, ma di una mutazione genetica del concetto di servizio pubblico e di gestione dello spreco, che solleva interrogativi profondi su dove finisca la comodità e dove inizi la sorveglianza commerciale.

La logica del risparmio e la lotta allo spreco

Per decenni, i servizi igienici pubblici nelle grandi città cinesi hanno sofferto di un problema cronico: lo spreco massiccio e il furto di carta igienica. Non era raro vedere persone riempire intere borse con rotoli destinati alla collettività. Per le amministrazioni locali, questo rappresentava un costo insostenibile e una sfida logistica costante.

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L’introduzione dei distributori intelligenti, come quelli sviluppati da startup quali Zhongjie, nasce da un’esigenza di efficienza. Il sistema a scansione limita l’erogazione a una lunghezza precisa (solitamente tra i 60 e gli 80 centimetri) e impedisce prelievi multipli dallo stesso utente per un determinato lasso di tempo. I numeri parlano chiaro: dove questi dispositivi sono stati installati, il consumo di carta è crollato del 70%. Ma il risparmio economico per lo Stato viene compensato da una moneta diversa, pagata direttamente dal cittadino: l’attenzione.

L’attenzione come valuta di scambio

In questo ecosistema, la carta igienica smette di essere un bene di consumo prepagato dalle tasse e diventa un “premio” per la fruizione di contenuti pubblicitari. Il meccanismo è l’estensione fisica del modello di business che domina il web: se il prodotto è gratis, la merce sei tu.

Tuttavia, c’è una differenza sostanziale. Se online possiamo scegliere di non guardare un video per accedere a un articolo, in un bagno pubblico la coercizione è dettata da un bisogno biologico immediato. Questo crea un attrito etico: è lecito condizionare l’accesso a un bene igienico di base alla cessione di dati o alla visione di messaggi promozionali? In Cina, la risposta sembra essere orientata verso un pragmatismo tecnologico che sacrifica volentieri una fetta di privacy in cambio di pulizia e disponibilità costante del servizio.

L’impatto sulla vita quotidiana: tra efficienza e controllo

Per l’utente medio urbano, abituato a gestire ogni aspetto della vita tramite lo smartphone, il passaggio non è stato traumatico. La Cina è una società “mobile-first” dove il contante è quasi scomparso e ogni interazione passa per super-app. Scansionare un codice per la carta igienica è visto da molti come un piccolo fastidio accettabile per avere bagni più moderni e riforniti.

Ma grattando sotto la superficie, emergono criticità non trascurabili. Cosa accade a chi non possiede uno smartphone di ultima generazione? O a chi ha la batteria scarica proprio nel momento del bisogno? E soprattutto, quali dati stiamo davvero cedendo? Spesso, per sbloccare l’erogatore, è necessario seguire un account aziendale o autorizzare l’accesso al proprio profilo social. Questo permette alle aziende di profilare gli utenti in base alla posizione geografica, alla frequenza d’uso e alle preferenze di consumo, creando una mappa granulare delle abitudini dei cittadini, fin dentro i momenti più privati.

Uno scenario di sorveglianza soft

Alcune varianti più avanzate di questi sistemi utilizzano persino il riconoscimento facciale. In alcuni parchi storici di Pechino, come il Tempio del Cielo, sono stati installati scanner che identificano il volto del richiedente prima di erogare la carta. L’obiettivo dichiarato è impedire che la stessa persona torni a rifornirsi più volte in pochi minuti.

Questo scenario prefigura un futuro in cui l’accesso alle risorse fisiche delle “Smart City” sarà regolato da algoritmi di reputazione e riconoscimento biometrico. Non si tratta più solo di pubblicità, ma di un’infrastruttura di controllo sociale capillare che trasforma un gesto banale in un punto dati archiviato in un server remoto. Il rischio è la normalizzazione di un’intrusione tecnologica che non trova più confini, occupando anche gli spazi della vulnerabilità umana.

Verso un nuovo contratto sociale digitale?

Il caso cinese non è che l’avamposto di una tendenza globale verso la “gamification” e la monetizzazione dei servizi essenziali. Mentre l’Occidente dibatte ferocemente sul GDPR e sulla protezione dei dati, il modello asiatico sperimenta una fusione totale tra pubblico e privato, dove l’azienda fornisce il servizio che lo Stato non riesce a gestire in modo efficiente, trattenendo per sé il valore dei dati generati.

Questo fenomeno ci costringe a riflettere sul valore della gratuità. Se smettiamo di percepire certi servizi come diritti inalienabili e iniziamo a vederli come transazioni commerciali, cambiamo il modo in cui viviamo lo spazio pubblico. La città diventa un centro commerciale a cielo aperto, dove ogni angolo, persino il più nascosto, è un’opportunità di marketing.

Oltre la superficie: le implicazioni globali

Sebbene questo modello possa sembrare estremo, le sue logiche stanno già filtrando altrove sotto forme diverse: dal Wi-Fi gratuito in cambio di registrazione, alle app di mobilità che tracciano i nostri spostamenti. La Cina sta semplicemente eliminando le ultime barriere, portando la logica del database dove nessuno avrebbe mai pensato di trovarla.

Il vero interrogativo non riguarda la tecnologia in sé, che indubbiamente risolve un problema di gestione delle risorse, ma il precedente che stabilisce. Quale sarà il prossimo passo? L’erogazione di acqua potabile condizionata a un sondaggio di opinione? L’accesso alle panchine pubbliche riservato a chi ha un alto punteggio di credito sociale? La direzione sembra tracciata verso un mondo dove la biologia e i bit sono indissolubilmente legati.

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Angela Gemito

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