Il battito irregolare della vita
Per decenni, abbiamo guardato alla storia della vita sulla Terra come a un immenso metronomo. Un battito costante, regolare, quasi rassicurante: una mutazione genetica dopo l’altra, una specie che si separa dall’altra, seguendo un ritmo che la scienza ha battezzato “orologio molecolare”. Questa certezza ci ha permesso di mappare il passato, di dare un nome e una data ai nostri antenati più remoti e di ricostruire l’albero della vita.

Tuttavia, c’è un problema che tormenta i paleontologi da generazioni: i conti non tornano. Quando confrontiamo le analisi del DNA con i reperti fisici estratti dalle rocce, scopriamo un vuoto inspiegabile, un silenzio durato decine di milioni di anni. Oggi, una nuova e audace ipotesi suggerisce che non è il registro fossile a essere incompleto, ma è il nostro “orologio” a essere rimasto indietro. Potremmo aver sbagliato a misurare il tempo stesso dell’evoluzione.
L’illusione dell’orologio molecolare
La cronologia evolutiva moderna si fonda su un pilastro logico: se conosciamo il tasso medio con cui il DNA di una specie muta, possiamo calcolare quanto tempo fa due organismi condividevano un antenato comune. È uno strumento potente, che ci ha consentito di spingere lo sguardo dove l’occhio umano, limitato dalla fragilità della materia organica, non poteva arrivare.
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Eppure, il conflitto è macroscopico. Le stime molecolari suggeriscono che la vita animale complessa sia apparsa molto prima della cosiddetta “Esplosione Cambriana”. Parliamo di un divario di circa 30 milioni di anni: un’era geologica intera in cui la genetica dice che gli animali c’erano, ma la Terra non ne conserva traccia. Per anni ci siamo detti che quei primi organismi fossero semplicemente troppo piccoli, troppo molli o troppo rari per diventare fossili. Abbiamo incolpato la natura di aver “perso le prove”. Ma cosa accadrebbe se quelle prove non fossero mai esistite perché quel tempo, semplicemente, è trascorso in modo diverso?
Quando l’evoluzione preme sull’acceleratore
La svolta arriva da uno studio pubblicato su Systematic Biology da Graham Budd, paleontologo dell’Università di Uppsala, e Richard Mann, ecologo matematico dell’Università di Leeds. La loro proposta è tanto semplice quanto dirompente: l’evoluzione non procede a velocità costante.
Il loro modello, denominato Covariant Evolutionary Tempo, ipotizza che nei momenti cruciali della storia biologica — come la nascita di nuovi grandi gruppi di animali — il ritmo delle trasformazioni genetiche subisca un’accelerazione violenta. In pratica, ciò che oggi interpretiamo come un lungo e lento cammino di milioni di anni potrebbe essere stato in realtà un balzo improvviso ed estremamente intenso.
Immaginiamo di guidare un’auto: se assumiamo di aver viaggiato sempre a 50 km/h e abbiamo percorso 100 km, deduciamo di aver viaggiato per due ore. Ma se per una parte del tragitto avessimo premuto l’acceleratore a 150 km/h, il tempo reale trascorso sarebbe molto inferiore. Lo stesso potrebbe essere accaduto al DNA: nelle fasi di grande innovazione biologica, l’orologio molecolare “corre”, accumulando differenze genetiche in una frazione del tempo che solitamente gli occorrerebbe.

L’impatto sulla nostra storia
Se questa ipotesi venisse confermata, le implicazioni sarebbero profonde. Il “vuoto” di 30 milioni di anni nel registro fossile potrebbe ridursi drasticamente o addirittura scomparire. Non ci sarebbe più bisogno di cercare fossili fantasma in strati di roccia dove non esistono; la comparsa della vita complessa verrebbe risincronizzata con le prime tracce fisiche che effettivamente troviamo nel terreno.
Non si tratta di una smentita delle teorie di Darwin, ma di una loro raffinata evoluzione. È il passaggio da una visione lineare e uniforme a una visione dinamica, dove la vita risponde a pressioni e opportunità con fiammate di creatività genetica. Max Telford, biologo dell’University College London, sottolinea come questo “aggiustamento del cronometro” ci permetta finalmente di riconciliare due discipline che per troppo tempo si sono guardate con reciproco sospetto: la biologia molecolare e la paleontologia.
Un nuovo sguardo sul futuro della biologia
Le domande che restano aperte sono ancora molte. Cosa causa queste accelerazioni? È una risposta a cambiamenti ambientali drastici, come variazioni nei livelli di ossigeno negli oceani, o è una proprietà intrinseca del codice genetico quando esplora nuove forme di complessità?
Gli autori dello studio sono i primi a invitare alla cautela. Il modello Covariant Evolutionary Tempo deve ora affrontare la prova del fuoco: essere testato su altri periodi della storia della Terra e confrontato con nuovi set di dati genetici. Tuttavia, l’idea che la storia della vita non sia una linea retta tracciata con il righello, ma un racconto fatto di pause riflessive e improvvisi scatti in avanti, cambia il modo in cui percepiamo il nostro posto nel tempo.
Comprendere la vera velocità dell’evoluzione non è solo un esercizio accademico per datare meglio il passato. Significa capire quanto velocemente la vita può reagire alle crisi, quanto tempo occorre perché la biodiversità si rigeneri dopo una catastrofe e, in ultima analisi, quanto è flessibile il meccanismo che ha portato fino a noi. La clessidra della natura è molto più complessa di quanto avessimo mai immaginato.
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!




