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Discendenza scimmie, stai guardando l’evoluzione al contrario

Angela Gemito Feb 19, 2026

Esiste un’immagine che ha plasmato la nostra percezione dell’evoluzione più di qualsiasi trattato scientifico: una fila di primati che, un passo dopo l’altro, si alzano in piedi, perdono i peli e diventano uomini. È la cosiddetta “Marcia del Progresso”. Eppure, nonostante la sua popolarità iconografica, quella rappresentazione veicola uno dei più grandi malintesi della storia della biologia. Se vi è mai capitato di rispondere a un dubbio evolutivo dicendo “discendiamo dalle scimmie”, sappiate che, tecnicamente, state commettendo un errore di prospettiva.

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La scienza moderna non parla di discendenza lineare, ma di una complessa ramificazione. Non siamo il gradino successivo di uno scimpanzé, così come voi non siete i figli di vostro cugino. Questa distinzione non è un semplice puntiglio semantico; è la chiave per decifrare come la vita sul nostro pianeta si sia diversificata in modi così straordinari.

L’albero, non la scala

Il concetto errato di discendenza diretta nasce da una visione antropocentrica dell’evoluzione, quasi come se la natura avesse lavorato per milioni di anni con l’unico obiettivo di produrre l’Homo Sapiens. In realtà, l’evoluzione non è una scala mobile che sale verso la perfezione, ma un cespuglio intricato.

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Circa 6 o 7 milioni di anni fa, nelle foreste africane, viveva una specie di primate oggi estinta. Questa popolazione non era né un uomo né uno scimpanzé. A causa di mutamenti climatici e barriere geografiche (come la formazione della Rift Valley), questa popolazione si divise. Un ramo prese una direzione adattativa che avrebbe portato, attraverso innumerevoli tentativi ed estinzioni, agli attuali scimpanzé e bonobo. L’altro ramo iniziò il percorso degli ominidi.

Quell’antenato comune è l’anello di congiunzione, il “nonno” condiviso. Affermare che discendiamo dalle scimmie attuali sarebbe come dire che un individuo discende dal proprio fratello. Condividiamo circa il 98% del nostro DNA con gli scimpanzé non perché siamo i loro successori, ma perché siamo i loro parenti più stretti ancora in vita.

Il laboratorio della selezione: esempi concreti

Per visualizzare questo processo, dobbiamo guardare ai dettagli morfologici e comportamentali. Prendiamo il bipedismo. Non è stata una scelta consapevole, ma un adattamento a un ambiente che stava cambiando: meno foreste, più savana. Chi riusciva a stare dritto vedeva i predatori più lontano e consumava meno energia negli spostamenti.

Mentre i nostri “cugini” perfezionavano la vita sugli alberi o il movimento sulle nocche, i nostri antenati sviluppavano una struttura del bacino e del piede radicalmente diversa. Se guardiamo i fossili di Australopithecus afarensis (la celebre Lucy), notiamo un mosaico di caratteristiche: ginocchia adatte a camminare, ma dita delle mani ancora curve per arrampicarsi. Non era una scimmia che diventava uomo; era una specie perfettamente compiuta che occupava una nicchia ecologica specifica.

Un altro esempio illuminante riguarda la dieta e il volume cerebrale. L’accesso a cibi più proteici e la scoperta del fuoco hanno permesso una riduzione dell’apparato digerente a favore di un’espansione del tessuto cerebrale. Nel frattempo, le altre linee evolutive dei primati stavano trovando il loro equilibrio perfetto in altri modi, specializzandosi in ambienti dove un cervello ipertrofico sarebbe stato solo un inutile dispendio calorico.

L’impatto sulla nostra identità

Accettare di non essere il “culmine” di una linea retta cambia radicalmente il nostro rapporto con il mondo naturale. Ci spoglia di quella presunzione di superiorità biologica e ci inserisce in un contesto di fratellanza biologica. La consapevolezza che le scimmie antropomorfe odierne siano il risultato di un percorso evolutivo lungo quanto il nostro, ma semplicemente diverso, conferisce loro una dignità nuova.

Questa prospettiva abbatte anche il pregiudizio del “perché esistono ancora le scimmie se noi ci siamo evoluti?”. La risposta è semplice: perché loro sono eccellenti nel fare ciò che fanno. Uno scimpanzé è infinitamente più adatto a sopravvivere in una giungla tropicale di quanto lo sia un essere umano medio. L’evoluzione non premia il “migliore” in assoluto, ma il più adatto a un contesto specifico.

Scenari futuri e la sfida della genetica

Oggi la paleoantropologia non si basa più solo sul ritrovamento di frammenti ossei. La paleogenetica ci sta permettendo di mappare il DNA di specie estinte come i Neanderthal o i Denisoviani. Ciò che sta emergendo è ancora più sorprendente: la nostra storia non è stata solo una ramificazione, ma anche un intreccio. Sappiamo che i Sapiens si sono accoppiati con altre specie umane ormai scomparse.

Il futuro della ricerca ci porterà probabilmente a scoprire che la nostra “unicità” è un evento molto recente. Fino a poche decine di migliaia di anni fa, sul pianeta camminavano diverse specie di esseri umani contemporaneamente. Eravamo un esperimento tra tanti.

Un’indagine che continua

Capire che non discendiamo dalle scimmie, ma che siamo una delle tante declinazioni della famiglia dei primati, è solo il punto di partenza. Restano domande affascinanti: cosa ha innescato davvero l’esplosione cognitiva del Sapiens? Perché le altre specie umane si sono estinte mentre noi siamo sopravvissuti? E quanto del comportamento dei nostri antenati comuni è ancora presente nelle nostre strutture sociali moderne?

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Angela Gemito

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