È un suono secco, quasi violento, che per decenni ha diviso le generazioni a tavola o in ufficio. Per alcuni è un gesto liberatorio, un rituale necessario per “sciogliere” le tensioni di una giornata passata davanti allo schermo; per altri, è un rumore irritante che evoca immagini di ossa consumate e futuri tormentati dall’artrite. La saggezza popolare, tramandata con tono di ammonimento da genitori e nonni, è sempre stata categorica: “Smettila, o ti verranno le mani deformi”.

Ma cosa succede davvero all’interno delle nostre capsule articolari quando decidiamo di forzarle? La risposta non riguarda solo l’anatomia, ma tocca una delle domande più affascinanti della biomeccanica umana, risolta solo recentemente grazie a tecnologie di imaging avanzate e alla dedizione quasi ossessiva di ricercatori che hanno dedicato la vita a smentire un pregiudizio universale.
La fisica del “pop”: non sono le ossa a scontrarsi
Il primo grande malinteso da sfatare riguarda la natura del suono. Contrariamente a quanto suggerisce la percezione tattile, quello che sentiamo non è l’urto tra due superfici ossee. Le nostre articolazioni, come quelle delle dita (le metacarpofalangee), sono racchiuse in una capsula riempita di liquido sinoviale. Questo fluido ha una funzione vitale: lubrificare l’ingranaggio e ridurre l’attrito.
- La lunghezza delle dita è correlata alla calvizie
- La Lunghezza delle Dita Può Svelare la Tua Personalità? Ecco Cosa Dice la Scienza
- Far scrocchiare le dita fa male, non è vero!
Quando esercitiamo una pressione o tiriamo un dito, espandiamo improvvisamente lo spazio tra le ossa. Questo aumento di volume crea una caduta di pressione all’interno della capsula. In questo ambiente a bassa pressione, i gas disciolti nel liquido sinoviale (principalmente anidride carbonica) formano rapidamente una bolla.
Per anni si è dibattuto se il rumore fosse causato dalla formazione della bolla o dal suo collasso. Uno studio del 2015 condotto dall’Università di Alberta, utilizzando la risonanza magnetica in tempo reale (un “video” dell’interno dell’articolazione), ha confermato che il suono avviene nel momento esatto in cui si crea la cavità di gas. È un fenomeno fisico chiamato tribonucleazione. Una volta formata, la bolla impiega circa 20 minuti per riassorbirsi completamente nel liquido: ecco perché non è possibile far scrocchiare la stessa nocca due volte di seguito in pochi secondi.
La sfida di Donald Unger: una vita per la scienza (e per la provocazione)
Se la fisica spiega il “come”, la medicina deve spiegare il “se”. Fa davvero male? L’evidenza più celebre e singolare non arriva da un grande ospedale, ma dalla scrivania di un uomo chiamato Donald Unger.
Infastidito dai continui rimproveri della madre, Unger decise di trasformare se stesso in un esperimento clinico vivente durato sessant’anni. Per sei decenni, ha fatto scrocchiare le nocche della mano sinistra almeno due volte al giorno, lasciando la mano destra come “gruppo di controllo”. Dopo aver ripetuto il gesto circa 36.500 volte, Unger ha confrontato le sue mani: nessuna traccia di artrite, nessuna differenza funzionale, nessuna deformità tra la destra e la sinistra. Questa dedizione gli è valsa il Premio Ig Nobel nel 2009, ma ha anche fornito alla comunità scientifica un punto di partenza aneddotico supportato, successivamente, da studi su larga scala.
Ricerche condotte su centinaia di pazienti hanno confermato che non esiste una correlazione statistica significativa tra l’abitudine di far scrocchiare le dita e lo sviluppo dell’osteoartrite. La salute della cartilagine sembra rimanere intatta, indipendentemente dalla frequenza del “pop”.
Oltre il rumore: quando il gesto diventa sintomo
Sebbene la scienza abbia assolto lo scrocchio “volontario” delle dita, la questione non è del tutto priva di sfumature. Esiste una distinzione fondamentale tra il suono prodotto da una bolla di gas e i rumori articolari che accompagnano il movimento naturale.
Se un’articolazione scrocchia spontaneamente durante ogni movimento e questo è accompagnato da dolore, gonfiore o una sensazione di blocco, lo scenario cambia radicalmente. In questi casi, il suono potrebbe non essere il risultato della pressione dei gas, ma dello sfregamento di tendini su eminenze ossee o, peggio, del consumo della cartilagine stessa.
Inoltre, sebbene non causi l’artrite, alcuni studi datati (come quello di Castellanos del 1990) hanno suggerito che un’abitudine estrema e vigorosa potrebbe portare a una leggera riduzione della forza della presa o a un gonfiore dei tessuti molli della mano. Non è il “gas” a danneggiare, ma lo stress meccanico ripetuto sui legamenti se il gesto viene eseguito con forza eccessiva o angolazioni innaturali.

Perché sentiamo il bisogno di farlo?
Il motivo per cui milioni di persone continuano a farlo non è solo psicologico. Quando facciamo scrocchiare un’articolazione, stimoliamo gli organi tendinei di Golgi e altre terminazioni nervose che inviano un segnale di “rilascio” al sistema nervoso. Questo crea una sensazione momentanea di maggiore mobilità e benessere.
È un effetto simile a quello dello stretching: per un breve periodo, l’articolazione sembra più libera. Questo sollievo neurologico può creare una sorta di dipendenza comportamentale, trasformando un gesto fisiologico in un tic nervoso o in una strategia di gestione dello stress.
Lo scenario futuro: cosa ci dicono le nostre articolazioni
La ricerca moderna si sta spostando verso l’analisi della composizione del liquido sinoviale e della salute dei tessuti attraverso l’acustica. Capire perché alcune persone abbiano articolazioni più “rumorose” di altre potrebbe aiutare a identificare precocemente predisposizioni a patologie degenerative, non perché lo scrocchio sia la causa, ma perché agisce come un segnale acustico dello stato di lubrificazione interna.
In un’epoca in cui passiamo ore a digitare su tastiere e schermi touch, la salute delle mani è diventata una priorità clinica. Comprendere i limiti tra un’abitudine innocua e un potenziale segnale di allarme è il primo passo per una prevenzione consapevole.
La prossima volta che qualcuno vi guarderà con disapprovazione sentendo il rumore delle vostre nocche, potrete citare la fisica della tribonucleazione o l’eredità di Donald Unger. Ma resta una domanda aperta: quella sensazione di spazio e libertà che proviamo dopo uno scrocchio è solo un’illusione dei nostri nervi o nasconde un beneficio biomeccanico che non abbiamo ancora del tutto decodificato?
L’indagine sulla complessa ingegneria delle nostre mani è appena iniziata. Approfondire la differenza tra i vari tipi di rumori articolari e capire come preservare la cartilagine negli anni è fondamentale per chiunque desideri mantenere una mobilità ottimale fino in età avanzata.
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!




