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Il Faro delle Flannan: L’enigma dei guardiani svaniti nel nulla

Angela Gemito Feb 28, 2026

Il 15 dicembre 1900, la luce del faro di Eilean Mòr, nelle remote isole Flannan, smise di pulsare. Per i naviganti che affrontavano le acque tumultuose a largo delle Ebridi Esterne, quel buio improvviso non era solo un pericolo tecnico; era il primo segnale di un evento che sarebbe passato alla storia come uno dei più fitti misteri della cronaca marittima mondiale. Quando i soccorsi raggiunsero finalmente lo scoglio isolato, non trovarono segni di lotta, né corpi, né spiegazioni razionali. Trovarono solo il silenzio di tre uomini svaniti nel nulla.

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L’isola della “Grande Folla”

Le Isole Flannan prendono il nome da San Flannan, un abate del VII secolo che vi costruì una piccola cappella. Nonostante la loro aura spirituale, i pescatori locali le hanno sempre guardate con un timore reverenziale, chiamandole le isole della “Grande Folla”, popolate, secondo le leggende, da entità non umane. Su questo lembo di terra ostile, nel 1899, venne eretto un faro per guidare le navi attraverso il Minch.

Nel dicembre del 1900, l’organico era composto da tre esperti guardiani: James Ducat, Thomas Marshall e Donald MacArthur. Erano uomini temprati, abituati alla solitudine e alla disciplina ferrea richiesta dal Northern Lighthouse Board. Eppure, qualcosa ruppe quella routine di precisione.

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Il ritrovamento: una scena congelata nel tempo

A causa delle condizioni meteo proibitive, la nave di rifornimento Hesperus riuscì a sbarcare su Eilean Mòr solo il 26 dicembre. Al suo arrivo, il capitano Harvey e il guardiano di riserva Joseph Moore si trovarono davanti a una situazione spettrale. Il cancello d’ingresso era chiuso, i letti erano rifatti e gli orologi si erano fermati.

Ma sono i dettagli a rendere il caso inquietante. Sul tavolo della cucina era rimasto del cibo, come se gli uomini fossero stati interrotti durante un pasto. Una sedia era stata ribaltata. Soprattutto, Moore notò che due dei tre cerate (i cappotti impermeabili pesanti) erano spariti, mentre il terzo — quello di Donald MacArthur — era ancora appeso al gancio. Perché un marinaio esperto sarebbe uscito nell’inferno di una tempesta atlantica senza protezione, violando peraltro il protocollo che imponeva a un uomo di restare sempre all’interno della struttura?

Il diario e le anomalie della tempesta

L’elemento che ha alimentato decenni di speculazioni sono le annotazioni sul diario di servizio, attribuite a Thomas Marshall. Le scritte riportavano descrizioni di tempeste così violente da non essere mai state viste prima, descrivendo James Ducat come “molto silenzioso” e l’aitante MacArthur “in lacrime”.

L’ultima annotazione recitava: “La tempesta è finita, il mare è calmo. Dio è sopra ogni cosa”.

Tuttavia, i registri meteorologici delle stazioni costiere vicine indicarono che in quei giorni non vi furono tempeste di tale entità nell’area. Il maltempo colpì la zona solo il 17 dicembre, due giorni dopo che il faro si era spento. Se il cielo era sereno, cosa terrorizzava gli uomini a tal punto da spingerli alla preghiera disperata?

Analisi delle ipotesi: tra logica e ignoto

Nel corso degli anni, le teorie si sono moltiplicate, oscillando tra il rigore scientifico e il folklore più cupo.

  1. L’Onda Anomala: La spiegazione ufficiale, formulata dall’ispettore Robert Muirhead, ipotizza che un’onda gigantesca abbia travolto gli uomini mentre tentavano di mettere in sicurezza delle attrezzature presso l’approdo occidentale, situato a circa 30 metri sopra il livello del mare. La forza dell’Atlantico è nota per la sua capacità di generare pareti d’acqua improvvise, capaci di sradicare blocchi di cemento.
  2. Il Delitto di Follia: La solitudine claustrofobica può logorare la mente. Si è ipotizzato che una lite violenta abbia portato uno dei guardiani a uccidere gli altri per poi togliersi la vita gettandosi nelle acque gelide. Questa teoria spiegherebbe la sedia rovesciata, ma non la mancanza di tracce di sangue o segni di colluttazione.
  3. Il Rapimento o l’Intervento Esterno: Le leggende locali parlano di spie straniere, pirati o, nelle versioni più esoteriche, di creature marine che reclamano il territorio. Sebbene affascinanti, queste ipotesi mancano di riscontri oggettivi, pur contribuendo a mantenere vivo l’interesse mediatico sul caso.

L’impatto culturale di un vuoto incolmabile

Il mistero delle Flannan non è rimasto confinato negli archivi polverosi della marina. Ha influenzato la letteratura, la musica (si pensi all’opera di Peter Maxwell Davies) e il cinema. Il fascino risiede nel “vuoto”: l’assenza di una conclusione definitiva permette alla mente umana di proiettare le proprie paure ancestrali.

L’idea che tre professionisti possano sparire da un luogo chiuso e controllato mette in discussione la nostra percezione di sicurezza e il nostro dominio sulla natura. Ci ricorda che, nonostante la tecnologia (che all’epoca era rappresentata proprio dalla lente di Fresnel del faro), l’uomo resta un ospite fragile di fronte alla vastità degli elementi.

Uno sguardo al futuro: la tecnologia risolverà l’enigma?

Oggi il faro di Eilean Mòr è automatizzato. Non ci sono più guardiani che scrutano l’orizzonte con il cannocchiale o che annotano la pressione barometrica su registri cartacei. I sensori trasmettono dati in tempo reale a Edimburgo, rendendo impossibile una sparizione silenziosa nel mondo iper-connesso di oggi.

Tuttavia, ricercatori e appassionati di cold cases continuano a esaminare le correnti marine dell’epoca e i registri meteorologici con modelli matematici avanzati, sperando di trovare quella prova fisica — un resto, un frammento di equipaggiamento — che l’oceano potrebbe aver restituito in qualche insenatura inesplorata.

La verità su ciò che accadde tra il 15 e il 26 dicembre 1900 rimane sepolta sotto le onde scure del Nord Atlantico. Ogni nuova analisi porta alla luce un dettaglio trascurato, un’incongruenza nel rapporto originale o una nuova prospettiva psicologica sulla vita d’isolamento. Ma finché quelle scogliere non parleranno, i guardiani delle Flannan resteranno per sempre parte del mito, figure indistinte che camminano tra la nebbia e il mare.

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Angela Gemito

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