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Svolta Voynich: il metodo “Naibbe” e la nuova architettura della crittografia medievale

Angela Gemito Gen 24, 2026

Il Manoscritto Voynich non è solo un libro; è la sfida definitiva all’intelletto umano. Da oltre un secolo, questo volume rilegato in pergamena, risalente al XV secolo, sfida crittografi, linguisti, esperti di intelligenza artificiale e sognatori. Le sue pagine, popolate da piante inesistenti, diagrammi astrologici circolari e figure femminili immerse in vasche collegate da tubature alchemiche, compongono un mosaico di 38.000 simboli che nessuno è mai riuscito a leggere.

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Oggi, però, il silenzio di quei segni potrebbe essere stato incrinato. Non da una traduzione letterale, ma da una nuova prospettiva sulla sua costruzione. Una ricerca condotta dal giornalista scientifico Michael Greshko e pubblicata sulla prestigiosa rivista Cryptologia, suggerisce che la chiave non risieda in una lingua perduta, ma in un gioco di azzardo medievale.

L’ombra del caso: il metodo Naibbe

L’ipotesi di Greshko introduce un elemento di rottura: il cifrario “Naibbe”. Il termine evoca le antiche carte da gioco (le naibi) e suggerisce che l’autore del Voynich non abbia scritto seguendo un flusso logico-grammaticale, ma utilizzando un sistema di codifica basato sulla casualità controllata di dadi e carte.

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Secondo questa teoria, il testo non sarebbe una lingua in codice nel senso tradizionale del termine – dove a ogni lettera corrisponde un simbolo – ma il risultato di una conversione complessa di testi in italiano o latino medievale attraverso un algoritmo meccanico ante litteram. Greshko ha dimostrato che utilizzando questo metodo è possibile produrre stringhe di testo che imitano quasi perfettamente le caratteristiche statistiche del Voynich: la frequenza dei caratteri, la ripetitività delle “parole” e quella strana armonia visiva che lo rende così simile a un linguaggio reale, pur rimanendo inafferrabile.

Una biblioteca di paradossi

Per comprendere l’importanza di questa svolta, bisogna guardare alla struttura stessa del manoscritto. Il Voynich è diviso in sezioni che sembrano coprire l’intero scibile umano del Quattrocento: botanica, astronomia, biologia, cosmologia e farmacologia. Tuttavia, le piante raffigurate sono chimere: radici di una specie, foglie di un’altra, fiori di una terza.

Questa distorsione della realtà ha alimentato per decenni due scuole di pensiero contrapposte:

  1. La tesi della “Glossolalia Scritta”: Il manoscritto è una bufala medievale sofisticatissima, creata forse per essere venduta a caro prezzo a qualche sovrano collezionista (come Rodolfo II d’Asburgo), priva di un reale contenuto semantico.
  2. La tesi del Cifrario Complesso: Il testo contiene segreti alchemici o medici talmente pericolosi da richiedere una protezione crittografica impenetrabile per l’epoca.

Il metodo Naibbe si inserisce esattamente nel mezzo. Suggerisce che esista un testo “sorgente” reale, ma che la sua trasformazione sia avvenuta attraverso un sistema così caotico da rendere il processo inverso – la decifrazione – quasi impossibile senza conoscere l’esatta disposizione delle carte o il lancio dei dadi originale.

L’intelligenza artificiale alla prova del Medioevo

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a numerosi proclami di “soluzione finale” del mistero Voynich grazie all’apprendimento automatico. Algoritmi di IA hanno analizzato la struttura del testo ipotizzando derivazioni dall’ebraico abbreviato, dal protoromanzo o persino da dialetti aztechi. Eppure, ogni volta che una teoria sembrava reggere, crollava sotto il peso della verifica accademica: i risultati producevano spesso frasi sconnesse o prive di senso logico.

Il lavoro di Greshko cambia il paradigma. Invece di chiedere alla tecnologia “cosa c’è scritto?”, le si chiede “come è stato costruito?”. Se il Voynich è il risultato di un sistema crittografico basato sul gioco, l’IA non deve cercare un vocabolario, ma un algoritmo fisico. Questo spiegherebbe perché il manoscritto presenti la cosiddetta “Legge di Zipf” (una regolarità statistica tipica delle lingue naturali) pur non comportandosi come nessuna lingua nota.

L’impatto sulla nostra comprensione della storia

Accettare l’idea che un autore del XV secolo potesse utilizzare dadi e carte per generare un testo cifrato sposta la nostra percezione delle capacità intellettuali del tempo. Non stiamo parlando di semplici sostituzioni alfabetiche, ma di una comprensione della crittografia che anticipa concetti moderni di entropia e offuscamento dei dati.

L’esperto René Zandbergen, una delle massime autorità mondiali sul tema, ha accolto con interesse lo studio di Greshko, pur mantenendo una cautela metodologica. La sfida resta aperta: se il metodo Naibbe può riprodurre l’estetica e la statistica del testo, può davvero aiutarci a risalire alla sorgente? O conferma semplicemente che l’autore ha costruito un labirinto senza uscita?

Uno scenario in evoluzione

Il mistero del Voynich non riguarda solo il passato, ma riflette la nostra ossessione contemporanea per l’informazione e la sua protezione. In un’epoca di cybersecurity e crittografia quantistica, quel volume di pergamena conservato alla Beinecke Rare Book & Manuscript Library della Yale University ci ricorda che l’ingegno umano, armato solo di carta, inchiostro e un paio di dadi, può ancora sconfiggere i supercomputer più potenti del mondo.

La ricerca continua. Ogni simbolo, ogni foglia disegnata e ogni diagramma stellare rimane un invito a guardare oltre la superficie del visibile. Forse la risposta non è scritta tra le righe, ma nel gesto stesso di chi, secoli fa, decise che la conoscenza dovesse rimanere un segreto per pochi, o forse, un enigma per sempre.

Il viaggio all’interno del codice Naibbe è appena iniziato, e le implicazioni per la storia della crittografia sono ancora tutte da scrivere.

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Angela Gemito

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Tags: manoscritto voynich mistero

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