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Laurea: perché essere istruiti non ci impedisce di credere ai complotti

Angela Gemito Gen 20, 2026

Esiste un rassicurante pregiudizio cognitivo che ci porta a credere che l’istruzione sia lo scudo definitivo contro la disinformazione. Siamo abituati a pensare che una solida preparazione accademica, la frequentazione di ambienti universitari o il conseguimento di un dottorato di ricerca forniscano gli strumenti analitici necessari per distinguere la realtà dalla finzione, la prova scientifica dalla speculazione infondata. Tuttavia, la realtà che emerge dalle ultime frontiere della ricerca psicologica è molto più complessa e, per certi versi, inquietante.

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Un recente studio pubblicato sul Journal of Personality and Individual Differences mette in crisi la nostra fiducia cieca nel sistema educativo come unico baluardo contro il complottismo. I dati parlano chiaro: l’istruzione non salva, o almeno non lo fa se entra in collisione con determinati tratti della personalità. Il vero spartiacque non è quanto abbiamo studiato, ma chi siamo nel profondo e come gestiamo il nostro ego.

La vulnerabilità dell’intelletto

Per anni, la sociologia ha tracciato una linea di demarcazione netta, associando i bassi livelli di istruzione a una maggiore propensione a credere in trame oscure e poteri occulti. Questa correlazione si basava sull’idea che mancassero le basi del metodo scientifico o la capacità critica di vagliare le fonti. Ma se questa fosse solo una parte della storia?

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L’indagine condotta su un campione di oltre 600 partecipanti ha rivelato che, quando entrano in gioco i tratti narcisistici, il vantaggio educativo si azzera. Il narcisismo, inteso in questo contesto come un bisogno patologico di sentirsi unici, superiori e detentori di una verità preclusa alla “massa”, agisce come un catalizzatore che distorce la percezione della realtà. Per queste persone, la teoria del complotto non è un errore di valutazione, ma una necessità psicologica.

I pilastri psicologici del complottismo “colto”

Perché un laureato o un professionista affermato dovrebbe cedere a narrazioni palesemente infondate? La ricerca identifica tre motori principali:

  1. Il senso di superiorità e il diritto speciale: Il narcisista sente di meritare un trattamento di favore o di possedere un intuito superiore. Accettare la versione ufficiale dei fatti significa essere “uno dei tanti”, mentre aderire a una teoria alternativa permette di posizionarsi su un piedistallo di illuminazione.
  2. Il bisogno di unicità: Distinguersi è una missione di vita. Se tutti credono alla medicina basata sull’evidenza, il narcisista troverà rifugio in una spiegazione marginale e segreta, che lo faccia sentire un “iniziato”.
  3. Il bisogno di chiusura cognitiva: In un mondo caotico, la mente cerca risposte nette. Il complotto offre una struttura manichea (bene vs male) che elimina le sfumature di grigio, fornendo quella certezza assoluta che la scienza – per sua natura dubitativa – non può offrire.

Il paradosso del ragionamento motivato

Uno degli aspetti più affascinanti e pericolosi emersi dallo studio è l’uso strumentale dell’intelligenza. Nelle persone con elevati tratti narcisistici, l’istruzione non viene usata per mettere in discussione le proprie idee, ma per rafforzarle. È quello che gli psicologi chiamano “ragionamento motivato”.

Invece di applicare la logica per smascherare una notizia falsa, il soggetto istruito ma narcisista utilizza la sua retorica e le sue capacità analitiche per costruire giustificazioni sofisticate a sostegno di tesi assurde. Più la persona è colta, più diventa abile a razionalizzare l’irrazionale, creando una bolla di auto-convalida difficile da scalfire. La cultura, in questo caso, non è un filtro, ma un’arma al servizio del proprio ego.

L’impatto sulla società moderna

Siamo immersi in un’epoca di incertezza globale. Dalle crisi pandemiche ai conflitti geopolitici, la complessità del presente genera un senso di impotenza. Le teorie del complotto agiscono come un sedativo emotivo: offrono un colpevole identificabile e restituiscono l’illusione di controllo.

Se il narcisismo è il driver principale, allora la lotta alla disinformazione non può limitarsi alla verifica dei fatti (fact-checking) o al miglioramento dei programmi scolastici. È una questione di alfabetizzazione emotiva e umiltà intellettuale. Quando il dibattito pubblico diventa un’arena per la gratificazione dell’ego anziché per la ricerca del vero, la verità diventa la prima vittima, indipendentemente dal numero di lauree presenti nella stanza.

Scenari futuri: oltre l’istruzione formale

Cosa significa questo per il futuro dell’informazione? Significa che dobbiamo spostare l’attenzione dai contenuti ai processi mentali. Le strategie di contrasto alle fake news devono iniziare a tenere conto delle dinamiche della personalità. Non basta fornire dati; bisogna comprendere perché certe persone hanno bisogno che quei dati siano falsi per mantenere intatta la propria identità.

La sfida del prossimo decennio sarà capire come comunicare con un’audience che non cerca la verità, ma la conferma della propria eccezionalità. In un mondo dove la conoscenza è a portata di click, la vera barriera non è più l’ignoranza, ma l’incapacità di accettare di non essere al centro di ogni trama.

Resta aperta una domanda fondamentale per chiunque si occupi di informazione e società: come possiamo promuovere un pensiero critico che non diventi strumento di isolamento, ma ponte verso la realtà condivisa? La risposta potrebbe risiedere non in ciò che impariamo sui libri, ma in come impariamo a gestire il nostro bisogno di sentirci speciali.

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Angela Gemito

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Tags: narcisismo studio teoria del complotto

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