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Non era solo pioggia: come gli USA hanno trasformato il meteo

Angela Gemito Gen 29, 2026

Il cielo sopra il sud-est asiatico, tra il 1967 e il 1972, non era solo un teatro di scontri aerei e bombardamenti convenzionali. Era un laboratorio a cielo aperto. Mentre l’opinione pubblica mondiale si concentrava sull’uso del napalm e dell’Agente Arancio, un gruppo ristretto di scienziati e militari statunitensi stava portando a compimento quello che, fino a pochi anni prima, era considerato pura fantascienza: la trasformazione del meteo in uno strumento di guerra.

L’Operazione Popeye non è una teoria del complotto nata nei forum del web contemporaneo. È una realtà storica documentata, declassificata e discussa nelle aule del Senato degli Stati Uniti. Rappresenta il momento esatto in cui l’umanità ha smesso di subire la meteorologia e ha iniziato a tentare di piegarla ai propri fini strategici, aprendo un vaso di Pandora di dilemmi etici e ambientali che ancora oggi tormentano il dibattito scientifico.

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Il contesto: fango e logistica nel Vietnam

Per comprendere l’origine di questa operazione, bisogna immergersi nella giungla vietnamita. Il principale problema strategico degli Stati Uniti non era solo la forza dell’esercito nordvietnamita, ma la resilienza dei suoi approvvigionamenti. Il celebre Sentiero di Ho Chi Minh, una rete intricata di sentieri e strade che attraversava il Laos e la Cambogia, permetteva il rifornimento costante delle truppe Viet Cong.

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I bombardamenti tradizionali non bastavano a fermare il flusso di uomini e mezzi. La fitta vegetazione offriva una copertura naturale quasi impenetrabile. Fu allora che il Dipartimento della Difesa, in collaborazione con la CIA e scienziati del calibro di quelli impiegati a China Lake (il centro di ricerca della Marina), propose una soluzione radicale: se non possiamo distruggere la strada, rendiamola inagibile. Come? Prolungando artificialmente la stagione dei monsoni.

La tecnologia della pioggia: l’inseminazione delle nuvole

Il cuore tecnico dell’Operazione Popeye era il cosiddetto cloud seeding (inseminazione delle nuvole). La tecnica non era del tutto nuova, ma la sua applicazione su vasta scala bellica non aveva precedenti.

Il processo prevedeva l’uso di aerei C-130 Hercules o jet F-4 Phantom per disperdere cartucce di ioduro d’argento o ioduro di piombo all’interno delle formazioni nuvolose (cumulonembi). Lo ioduro d’argento funge da “nucleo di condensazione”: l’umidità presente nell’aria si aggrega attorno a queste particelle, ghiacciando e poi cadendo sotto forma di pioggia.

L’obiettivo era specifico e spietato:

  1. Ammorbidire il terreno: trasformare le strade sterrate in paludi di fango.
  2. Provocare frane: rendere i passaggi montuosi instabili.
  3. Inondare i guadi: impedire il passaggio dei camion e dei rifornimenti.

Si stima che l’operazione sia riuscita a estendere la durata della stagione dei monsoni di un periodo compreso tra i 30 e i 45 giorni. “Fate il fango, non la guerra” (Make mud, not war) divenne il macabro motto non ufficiale dei meteorologi operativi a Udorn, in Thailandia.

L’impatto sulla popolazione e sull’ambiente

L’aspetto più inquietante dell’Operazione Popeye non risiede solo nella sua efficacia tecnica, ma nelle sue conseguenze umane ed ecologiche “collaterali”. La manipolazione del clima, per definizione, non può essere chirurgica. Se decidi di far piovere per bloccare un convoglio militare, la stessa pioggia distruggerà i raccolti di un intero villaggio, provocherà lo straripamento di fiumi che alimentano civili e altererà in modo permanente l’ecosistema locale.

L’uso del meteo come arma introduce una variabile asimmetrica: la vittima non vede il nemico, vede la natura che le si rivolta contro. Questo crea un trauma collettivo profondo e difficile da mappare. Inoltre, l’introduzione massiccia di composti chimici nell’atmosfera ha sollevato interrogativi mai del tutto risolti sulla contaminazione del suolo e delle acque nel sud-est asiatico, aggiungendo un ulteriore strato di tossicità a un territorio già devastato dai defoglianti.

Dal segreto allo scandalo: il risveglio delle coscienze

Per anni, l’Operazione Popeye è rimasta avvolta nel segreto più assoluto. Nemmeno i membri di alto livello del Congresso erano a conoscenza dei dettagli. Fu solo nel 1971 che il giornalista Jack Anderson sollevò il velo sul “Project Popeye”, portando alla luce la portata della sperimentazione climatica.

Le audizioni al Senato del 1974, guidate dal senatore Claiborne Pell, rivelarono l’ampiezza degli interventi. La reazione della comunità internazionale fu di profondo sgomento. La manipolazione del clima apparve subito come una forma di guerra totale, capace di minare le basi stesse della sopravvivenza umana sulla Terra.

Questo sdegno portò, nel 1977, alla firma della Convenzione ENMOD (Environmental Modification Convention), un trattato internazionale che proibisce l’uso militare o comunque ostile di tecniche di modifica ambientale che abbiano effetti vasti, duraturi o gravi. È, di fatto, il documento che oggi sancisce l’illegalità di qualsiasi “guerra climatica”.

Scenario futuro: tra ingegneria climatica e sospetti

Oggi, mentre il cambiamento climatico galoppa, si torna a parlare di geoingegneria. Proposte per riflettere la luce solare o per indurre piogge in zone colpite dalla siccità non sono più tabù. Tuttavia, l’ombra dell’Operazione Popeye aleggia su ogni dibattito contemporaneo.

Se abbiamo imparato che è possibile indurre la pioggia per scopi bellici, come possiamo distinguere oggi un intervento umanitario (per combattere la siccità) da una potenziale manipolazione geopolitica? Paesi come la Cina e gli stessi Stati Uniti continuano a investire miliardi in programmi di controllo meteorologico per scopi agricoli. Ma il confine tra “beneficio civile” e “influenza strategica” rimane pericolosamente sottile.

La tecnologia è progredita immensamente rispetto agli anni ’60. I droni hanno sostituito i vecchi C-130 e i modelli predittivi basati sull’intelligenza artificiale permettono di calcolare con precisione millimetrica dove e quando intervenire. Il rischio non è più solo quello di far piovere sul sentiero di un nemico, ma di alterare cicli idrologici regionali a scapito di nazioni confinanti, scatenando quelle che gli analisti chiamano già “guerre per l’acqua”.

Una domanda aperta

L’Operazione Popeye ci ha insegnato che l’ingegno umano non ha limiti quando si tratta di dominare l’avversario, ma ci ha anche mostrato la fragilità degli equilibri che regolano la vita sul pianeta. Resta un dubbio fondamentale: la tecnologia del cloud seeding è davvero rimasta confinata ai trattati internazionali e alla pacifica agricoltura, o è semplicemente diventata troppo sofisticata per essere intercettata dai radar dell’opinione pubblica?

Le risposte a queste domande non si trovano solo nei vecchi documenti declassificati, ma nell’analisi dei moderni programmi di geoingegneria che stanno ridisegnando il nostro rapporto con l’atmosfera.


L’indagine sulla storia segreta delle tecnologie climatiche prosegue sul nostro sito, con un’analisi dettagliata dei documenti declassificati dal Pentagono e un focus sulle attuali capacità di geoingegneria globale.

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Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!

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Tags: clima operazione popeye Usa

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