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E se la coscienza non fosse nel pensiero? La scoperta che sposta l’anima

Angela Gemito Gen 30, 2026

L’enigma del “sentirsi vivi”

Per decenni, la ricerca neuroscientifica ha guardato alla coscienza come al “premio finale” dell’evoluzione umana, un prodotto sofisticato della nostra corteccia cerebrale. Abbiamo dato per scontato che il pensiero astratto, il linguaggio e l’autoconsapevolezza fossero i pilastri fondamentali della nostra esistenza soggettiva. Eppure, una corrente sempre più solida di studi sta ribaltando questa piramide gerarchica.

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La domanda non è più solo “come pensiamo”, ma “perché sentiamo”. Se spogliamo l’essere umano dalle sue sovrastrutture cognitive, ciò che resta è un nucleo primordiale di vitalità che non risiede nei lobi frontali, ma nelle profondità oscure e arcaiche del nostro encefalo. La coscienza, nella sua forma più pura e viscerale, ha un’origine molto più antica di quanto osassimo immaginare.

Il primato del tronco encefalico

Mentre la corteccia gestisce i dettagli del mondo esterno — elaborando immagini, suoni e concetti — il tronco encefalico e le strutture del mesencefalo gestiscono lo stato dell’essere. È qui, in aree come la sostanza grigia periacqueduttale e i nuclei del tronco, che viene generato il “sentimento di esistere”.

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Questa prospettiva, sostenuta da pionieri della neuroscienza affettiva, suggerisce che la coscienza sia intrinsecamente legata alla regolazione della vita. Il cervello non ha iniziato a “essere consapevole” per risolvere problemi matematici, ma per monitorare lo stato interno del corpo. Fame, sete, dolore e piacere non sono semplici input sensoriali; sono le fondamenta stesse della soggettività. Senza questo monitoraggio costante del “sé biologico”, la complessa impalcatura del pensiero razionale non avrebbe un luogo in cui poggiare.

Casi clinici che sfidano il dogma

La prova più tangibile di questa teoria risiede in alcuni dei casi clinici più toccanti e paradossali della medicina. Consideriamo i bambini nati con idranencefalia, una condizione rara in cui la corteccia cerebrale è quasi totalmente assente, sostituita da liquido cerebrospinale.

Secondo la visione tradizionale “cortico-centrica”, questi individui dovrebbero essere privi di qualsiasi forma di coscienza. Eppure, le osservazioni cliniche mostrano una realtà differente: questi bambini mostrano reazioni emotive, distinguono le persone familiari dagli estranei, esprimono piacere ascoltando musica e manifestano segnali di frustrazione o gioia. Se la coscienza fosse un’esclusiva della corteccia, queste manifestazioni sarebbero impossibili. Ciò suggerisce che il “motore” della consapevolezza risieda più in basso, in quelle strutture antiche che condividiamo con gran parte del regno animale.

La coscienza come affetto primordiale

Dobbiamo iniziare a considerare la coscienza non come un calcolo computazionale, ma come un affetto. Prima di essere “soggetti che sanno”, siamo “organismi che sentono”. Questa distinzione sposta l’asse della ricerca dal cognitivo all’emotivo.

Le strutture del cervello antico non si limitano a trasmettere segnali; esse valutano costantemente se ciò che accade è “buono” o “cattivo” per la sopravvivenza. Questo valore affettivo è la scintilla della soggettività. Quando proviamo una sensazione, c’è qualcuno “lì dentro” che la sperimenta. E quel “qualcuno” nasce dai circuiti che controllano il battito cardiaco, la respirazione e la pressione sanguigna. La nostra mente più elevata è, in ultima analisi, una servitrice delle necessità del nostro corpo primordiale.

L’impatto sulla nostra comprensione dell’uomo

Riconoscere l’origine profonda della coscienza cambia radicalmente il modo in cui ci approcciamo a temi etici, medici e psicologici. Se la consapevolezza non dipende dalla capacità di articolare pensieri complessi, come dobbiamo considerare gli stati vegetativi o le demenze avanzate? Se il nucleo del sé rimane intatto anche quando la corteccia decade, la nostra definizione di “persona” richiede una revisione profonda.

Allo stesso modo, questa visione abbatte i muri tra noi e le altre specie. Se la coscienza affettiva risiede nel cervello antico, allora la capacità di “sentire la vita” è un tratto condiviso con una miriade di altri esseri viventi. Non siamo più soli in cima a una scala isolata, ma parte di un continuum biologico di sensibilità che attraversa la storia evolutiva.

Verso una nuova mappatura dell’Io

Il futuro delle neuroscienze sembra muoversi verso una sintesi necessaria. Non si tratta di negare l’importanza della corteccia — che espande enormemente le possibilità della nostra coscienza, permettendoci di viaggiare nel tempo con la memoria e l’immaginazione — ma di comprendere che essa è come lo schermo di un cinema. Lo schermo proietta le immagini (i contenuti della coscienza), ma la lampada del proiettore (la sorgente della coscienza stessa) si trova dietro, nelle strutture profonde e silenziose che chiamiamo cervello antico.

Comprendere questo meccanismo significa decodificare l’essenza stessa della natura umana. Siamo di fronte a una rivoluzione copernicana della mente: l’Io non nasce dal pensiero, ma dalla carne e dalle sue pulsioni più remote.

La sfida per i prossimi anni sarà mappare con precisione come questi impulsi viscerali si trasformino in immagini mentali e come il “sentire” diventi “sapere”. Un viaggio che ci porta non verso l’intelligenza artificiale del futuro, ma verso le radici biologiche del nostro passato più lontano.

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Angela Gemito

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Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!

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