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Pakistan: Apre un locale gay e viene ricoverato in manicomio

Angela Gemito Gen 22, 2026

Il confine tra la rivendicazione di un diritto civile e la diagnosi di instabilità mentale è spesso sottile, specialmente quando si scontra con strutture sociali millenarie. In Pakistan, una nazione dove la tradizione religiosa e la legge post-coloniale si intrecciano in modo indissolubile, la cronaca recente ha portato alla luce una vicenda che trascende il singolo fatto di cronaca per diventare un caso studio sulla libertà individuale. Un uomo, il cui nome resta protetto dal silenzio delle autorità, ha tentato l’impossibile: aprire il primo “gay club” del Paese ad Abbottabad. La risposta del sistema non è stata una condanna penale, ma un ricovero forzato in un ospedale psichiatrico.

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Il contesto: Abbottabad e l’ombra della conservazione La scelta del luogo non è neutrale. Abbottabad non è una metropoli cosmopolita; è una città nota a livello internazionale per essere stata il rifugio finale di Osama bin Laden, un centro caratterizzato da un conservatorismo profondo e radicato. Proporre l’apertura di un locale dedicato alla comunità LGBTQ+ in questo specifico contesto geografico e sociale è stato percepito non solo come una sfida legale, ma come una vera e propria rottura dell’ordine pubblico.

L’uomo aveva battezzato il progetto “Lorenzo Gay Club”. Nella sua richiesta formale presentata al Vice Commissario locale, descriveva il locale non come un luogo di trasgressione, ma come una “risorsa e una comodità” per persone omosessuali, bisessuali e persino eterosessuali. La visione era quella di uno spazio sicuro, un porto franco in una nazione dove le relazioni tra persone dello stesso sesso sono tecnicamente illegali ai sensi della Sezione 377 del Codice Penale Pakistano, un’eredità dell’era coloniale britannica che punisce la “sodomia”.

La strategia della legalità e il paradosso del divieto Ciò che rende questo caso eccezionale è la precisione quasi chirurgica con cui il promotore aveva tentato di muoversi entro i binari della legge. Nella sua domanda, era stato esplicitato che nel club non sarebbe stato permesso alcun tipo di rapporto sessuale — né omosessuale né eterosessuale — limitando le manifestazioni d’affetto ai soli baci. Una clausola inserita strategicamente per evitare di incappare nelle maglie della Sezione 377.

L’obiettivo dichiarato non era la ribellione violenta, ma l’attivismo civile. “Parlo di diritti umani e voglio che i diritti umani di tutti siano difesi”, aveva dichiarato prima del suo internamento. La sua speranza era riposta in un’evoluzione della giurisprudenza pakistana che potesse ricalcare quanto accaduto in India, dove la Corte Suprema ha depenalizzato l’omosessualità nel 2018. Tuttavia, la realtà sociale ha anticipato quella giudiziaria.

Dal dibattito alla patologizzazione Una volta che la notizia della richiesta è trapelata sui social media, la reazione è stata immediata e virulenta. Politici locali e residenti della provincia di Khyber Pakhtunkhwa hanno espresso una ferma condanna, portando le autorità a intervenire drasticamente. Invece di un processo pubblico o di un semplice diniego amministrativo, l’uomo è stato trasferito in un ospedale psichiatrico a Peshawar.

Questo passaggio segna un punto critico nella gestione del dissenso sociale in Pakistan. Ricorrere alla salute mentale per neutralizzare una voce fuori dal coro solleva interrogativi inquietanti sull’uso della psichiatria come strumento di controllo sociale. Se un individuo sfida un tabù radicato in modo così palese e formale, la società tende a catalogare l’azione come “follia” piuttosto che come “dissenso politico”. È una dinamica che abbiamo visto ripetersi in diversi regimi e contesti storici, dove l’anomalia comportamentale diventa il pretesto per la privazione della libertà.

L’impatto sulla “comunità più trascurata” Il Pakistan vive oggi un paradosso normativo. Se da un lato il Paese ha approvato leggi progressiste per la protezione delle persone transgender (i Khawaja Sira), dall’altro l’omosessualità rimane un tabù assoluto. La vicenda del Lorenzo Gay Club ha messo a nudo la fragilità di quella che l’attivista stesso definiva “la comunità più trascurata del Pakistan”.

Per le persone LGBTQ+ nel Paese, la vita quotidiana è un esercizio di invisibilità. Esistere significa navigare tra l’accettazione sotterranea e il rischio costante di violenza o ostracismo sociale. Il tentativo di Abbottabad, per quanto considerato da molti ingenuo o provocatorio, ha dato una forma concreta a una necessità latente: quella di uno spazio fisico di aggregazione che non sia clandestino.

Scenari futuri e riflessioni necessarie Cosa accadrà ora? La battaglia legale che l’uomo intendeva intraprendere si è fermata davanti alle porte di una struttura sanitaria. Il silenzio delle autorità e la protezione dell’identità dell’individuo rendono difficile monitorare l’evoluzione del suo stato di salute o della sua detenzione.

Tuttavia, il seme del dibattito è stato gettato. La vicenda interroga la comunità internazionale su come sostenere i diritti civili in contesti dove la legge è sostenuta da un consenso sociale granitico e conservatore. Il caso del “Lorenzo Gay Club” non è solo la storia di un locale mai aperto; è lo specchio di una nazione in bilico tra il mantenimento di un’identità tradizionale rigorosa e le spinte globali verso il riconoscimento dei diritti individuali.

La domanda che resta aperta non riguarda solo la legalità di un club, ma la definizione stessa di libertà in una società moderna: fino a che punto un individuo può spingersi nel chiedere il riconoscimento della propria identità prima di essere considerato “fuori di senno” dal sistema?

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Angela Gemito

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Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!

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Tags: locale gay Pakistan

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