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Parlare da soli: l’abitudine che tutti nascondiamo

Angela Gemito Feb 18, 2026

Camminare per strada e incrociare qualcuno che confabula animatamente tra sé e sé è un’esperienza che, fino a pochi anni fa, avrebbe innescato un istintivo passo accelerato o uno sguardo di sbieco. Nella percezione collettiva, il confine tra il soliloquio e il disagio psicologico è sempre stato estremamente sottile, quasi trasparente. Eppure, se guardiamo con onestà alle nostre abitudini domestiche, molti di noi ammetterebbero di aver “ripassato” ad alta voce un discorso difficile, di aver commentato un errore banale mentre cucinavano o di aver cercato le chiavi di casa invocandone il nome come un mantra.

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Quello che un tempo veniva etichettato come un segnale di eccentricità, se non di instabilità, sta emergendo sotto una luce radicalmente diversa grazie alle neuroscienze e alla psicologia cognitiva. Parlare da soli non è una deriva del pensiero, ma una raffinata strategia di gestione della realtà.

La transizione dal gioco all’efficienza

Per capire perché sentiamo l’esigenza di dare voce ai pensieri, dobbiamo osservare i bambini. Intorno ai tre o quattro anni, i più piccoli iniziano a descrivere le proprie azioni mentre le compiono: “Adesso metto il mattoncino blu qui, poi prendo la macchinina”. Lo psicologo Lev Vygotskij definì questo fenomeno “linguaggio privato”. Per lui, non era un semplice gioco, ma il passaggio fondamentale attraverso cui il bambino impara a regolare il proprio comportamento.

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Crescendo, la società ci insegna che questo rumore esterno deve diventare silenzioso. Il linguaggio si interiorizza, trasformandosi in quel flusso di coscienza che ci accompagna h24. Tuttavia, lo strumento non scompare. Resta latente, pronto a riemergere ogni volta che la complessità della vita supera la nostra capacità di gestione puramente astratta. Quando parliamo da soli in età adulta, stiamo essenzialmente recuperando un modulo operativo primordiale e potentissimo: stiamo usando il linguaggio per guidare l’azione.

La scienza dietro il soliloquio

Perché dire “Cerca le chiavi” ci aiuta a trovarle davvero più velocemente? Uno studio condotto dagli psicologi Gary Lupyan e Daniel Swingley ha dimostrato che l’uso della voce accelera i processi visivi. In un esperimento, ai partecipanti veniva chiesto di trovare oggetti specifici in un’immagine. Coloro che pronunciavano il nome dell’oggetto a voce alta mostravano tempi di reazione significativamente più rapidi.

Questo accade perché la parola udita non è solo un riflesso del pensiero, ma un nuovo stimolo sensoriale. Essa “accende” la rappresentazione mentale dell’oggetto, rendendoci più ricettivi. In termini tecnici, stiamo aumentando la specificità percettiva. Il cervello riceve un comando multisensoriale: lo ha pensato, lo ha articolato e lo ha udito. È una triangolazione che elimina le interferenze e focalizza l’attenzione come un laser.

Un regolatore emotivo insostituibile

Oltre all’efficienza cognitiva, esiste un versante emotivo cruciale. Parlare a voce alta permette di praticare il cosiddetto “distanziamento cognitivo”. Esiste una differenza sottile ma sostanziale tra il dire “Sono stressato” e il dire “Perché ti senti stressato oggi?”.

Utilizzare la seconda o terza persona per rivolgersi a se stessi (una tecnica nota come self-talk distanziato) agisce come un interruttore per l’intelligenza emotiva. Parlarsi come se si stesse parlando a un amico fidato permette di osservare i propri problemi da una prospettiva esterna. Questo processo riduce l’attivazione dell’amigdala, l’area del cervello responsabile delle risposte di paura e stress, permettendo alla corteccia prefrontale di riprendere il controllo e trovare soluzioni razionali. Invece di annegare nell’emozione, diventiamo i consulenti di noi stessi.

Esempi di maestria cognitiva

Non è un caso che molti dei più grandi pensatori e innovatori della storia fossero noti per i loro lunghi monologhi solitari. Da Albert Einstein, che pare ripetesse le sue frasi diverse volte sottovoce, a Sherlock Holmes (nella finzione letteraria che però attinge a realtà psicologiche solide), l’esternalizzazione del pensiero serve a mappare scenari complessi.

Immaginiamo un programmatore che deve risolvere un bug critico in un codice intricato. Molti utilizzano la tecnica del “Rubber Ducking” (il debug della papera di gomma): spiegano il codice, riga per riga, a un oggetto inanimato sulla scrivania. Spesso, la soluzione emerge proprio nel momento in cui il concetto viene articolato verbalmente. La necessità di strutturare una frase grammaticalmente corretta costringe la mente a organizzare i dati in modo logico, mettendo a nudo le falle del ragionamento che nel pensiero astratto restavano nascoste.

Il peso della solitudine moderna

In un’epoca dominata da interazioni digitali asincrone e silenziose, il soliloquio assume anche una valenza sociale. La riduzione delle conversazioni spontanee faccia a faccia può portare il cervello a cercare un surrogato nel dialogo con se stessi. Non è necessariamente un sintomo di isolamento, ma un adattamento. Il nostro cervello è un organo profondamente sociale; se mancano stimoli esterni, tende a generare una dialettica interna per mantenere attive le funzioni comunicative.

Tuttavia, bisogna distinguere tra il soliloquio costruttivo e la ruminazione mentale. Il primo è orientato all’azione o al conforto; la seconda è un ciclo ripetitivo di pensieri negativi che, se pronunciati ad alta voce, possono persino amplificare il malessere. La chiave risiede nella qualità del contenuto e nell’intenzionalità dell’atto.

Verso una nuova consapevolezza

Guardando al futuro, la nostra comprensione di questa abitudine continuerà a evolversi. Con l’integrazione sempre più profonda di assistenti vocali e intelligenze artificiali nelle nostre vite, il confine tra “parlare da soli” e “parlare con una macchina” si sta facendo sfocato. Questo potrebbe sdoganare definitivamente il soliloquio, rendendolo una pratica accettata e anzi incoraggiata per il benessere mentale e la produttività.

Smettere di considerare il parlare da soli come un tabù significa appropriarsi di un kit di strumenti psicologici gratuito ed estremamente efficace. È una forma di auto-terapia e di potenziamento cognitivo che non richiede app o abbonamenti, ma solo il coraggio di rompere il silenzio della propria stanza.

In definitiva, la prossima volta che vi sorpenderete a spiegarvi come risolvere un problema mentre siete soli in cucina, non sentitevi buffi. State semplicemente aggiornando il vostro sistema operativo mentale, mettendo ordine nel caos dei pensieri attraverso la potenza ancestrale della parola. Resta però un interrogativo aperto: fino a che punto questo dialogo interiore definisce chi siamo veramente e dove finisce il “io” che parla e inizia il “me” che ascolta?

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Angela Gemito

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