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Ciò che la scienza ha scoperto sulle presenze che non possiamo spiegare

Angela Gemito Feb 20, 2026

L’idea che la morte rappresenti un confine invalicabile, un muro di silenzio assoluto, è un concetto che la modernità ha cercato di imporre con rigore cartesiano. Eppure, nonostante secoli di illuminismo e decenni di digitalizzazione totale della realtà, il fenomeno del “fantasma” non accenna a svanire. Non parliamo delle lenzuola bianche del folklore vittoriano o delle creature deformi del cinema horror contemporaneo, ma di una persistente scia di anomalie che sfida le leggi della fisica classica e della neurologia.

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Negli ultimi anni, la discussione si è spostata dai circoli dell’occultismo ai laboratori di ricerca. Credere ai fantasmi oggi non significa necessariamente abbracciare una fede religiosa o cedere alla suggestione; significa, piuttosto, ammettere che la nostra percezione dello spazio-tempo e della coscienza è ancora drammaticamente incompleta.

Il peso delle testimonianze non sollecitate

Il primo pilastro su cui poggia questa necessità di “credere” – o quanto meno di sospendere il giudizio – è l’universalità dell’esperienza. Dalle vette dell’Himalaya ai grattacieli di Manhattan, le segnalazioni di “presenze” seguono schemi ricorrenti che ignorano le barriere culturali. Se il fantasma fosse solo un prodotto dello stress o di un malfunzionamento chimico del cervello, ci aspetteremmo una varietà infinita di manifestazioni, legate esclusivamente ai miti locali.

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Invece, i resoconti parlano spesso di variazioni termiche repentine, di alterazioni elettromagnetiche e di una sensazione di “osservazione” che attiva il sistema limbico in modo identico in soggetti diversi. La ricerca psicologica ha tentato di spiegare tutto questo attraverso l’esposizione all’infrasuono (frequenze sotto la soglia dell’udito umano che possono indurre ansia e allucinazioni visive), ma questa teoria non riesce a coprire i casi in cui l’informazione ottenuta durante l’incontro paranormale è verificabile e precedentemente ignota al testimone.

La fisica della memoria ambientale

Un approccio affascinante che sta guadagnando terreno riguarda la cosiddetta “teoria della registrazione”. Alcuni fisici teorici ipotizzano che determinati materiali da costruzione o particolari configurazioni geologiche del terreno possano agire come una sorta di nastro magnetico naturale. In condizioni di estremo stress emotivo o energetico, un evento potrebbe letteralmente “imprimersi” nel tessuto della realtà locale.

In quest’ottica, il fantasma non sarebbe l’anima di un defunto che cammina tra noi, ma una proiezione di energia residua, un’eco che si ripete quando le condizioni ambientali (umidità, pressione atmosferica, cariche ioniche) tornano a essere simili a quelle del momento dell’incisione. Questo spiegherebbe perché molti avvistamenti sono ripetitivi e privi di interazione: sono filmati senza proiettore, frammenti di passato che bucano la membrana del presente.

La coscienza oltre il supporto biologico

Il vero nodo della questione resta però la natura della coscienza. Se accettiamo l’idea che la mente sia un prodotto esclusivo dei neuroni, allora la morte cerebrale è la fine di tutto. Tuttavia, la fisica quantistica suggerisce scenari differenti. Il fenomeno dell’entanglement (correlazione a distanza) e le teorie sulla non-località indicano che l’informazione non si distrugge mai.

Se la coscienza fosse una funzione di campo, simile alla gravità o all’elettromagnetismo, la sua persistenza dopo la decomposizione del supporto biologico diventerebbe un’ipotesi scientificamente plausibile. In questo scenario, le apparizioni non sarebbero intrusioni dell’aldilà, ma sovrapposizioni di stati quantistici. Stiamo guardando attraverso una fessura in un multiverso dove il tempo non scorre in linea retta.

L’impatto sulla psiche collettiva

Al di là della prova fisica, esiste un valore intrinseco nel credere all’invisibile. La negazione assoluta di ciò che non comprendiamo ha reso la società moderna più efficiente, ma più arida. Riconoscere la possibilità dei fantasmi significa restituire al mondo il suo senso di meraviglia e di mistero.

Le storie di presenze svolgono spesso una funzione di legame sociale e storico. Ci ricordano che i luoghi hanno una memoria, che le azioni compiute nel passato lasciano tracce e che la nostra responsabilità verso chi ci ha preceduto non termina con un certificato di morte. Per molte persone, l’esperienza di un contatto non è una fonte di terrore, ma di risoluzione: la chiusura di un cerchio che la logica formale aveva lasciato aperto.

Verso una nuova frontiera di indagine

Cosa succederebbe se smettessimo di catalogare questi eventi come “superstizioni” e iniziassimo a trattarli come dati grezzi? L’utilizzo di sensori termici ad alta precisione, rilevatori di particelle e intelligenza artificiale per l’analisi dei pattern ambientali sta iniziando a produrre risultati che non possono più essere liquidati come semplici errori strumentali.

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Siamo probabilmente sulla soglia di una nuova sintesi tra scienza e spiritualità, dove il “fantasma” smette di essere un mostro per diventare un indicatore di leggi fisiche ancora da scrivere. Forse, il motivo per cui continuiamo a vedere ombre dove non dovrebbero essercene non è perché siamo fragili o suggestionabili, ma perché i nostri sensi percepiscono, seppur confusamente, una realtà molto più vasta e stratificata di quella che i nostri libri di testo sono disposti ad ammettere.

La domanda non è più se i fantasmi esistano, ma che tipo di realtà stiano cercando di rivelarci. Le pareti dei nostri appartamenti, i vicoli delle nostre città e i sentieri dei nostri boschi potrebbero essere molto più affollati di quanto la nostra solitudine tecnologica ci permetta di percepire. Esplorare queste zone d’ombra non è un atto di fede, ma un atto di estrema curiosità intellettuale.

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Angela Gemito

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