Il silenzio del sonno, dopo una perdita, può diventare un vuoto assordante. Molte persone, nei giorni e nelle settimane immediatamente successivi a un lutto, si pongono la stessa, dolorosa domanda: “Perché non riesco a sognarlo?”. C’è un’aspettativa quasi viscerale nel desiderio di ritrovare nel mondo onirico quella presenza che la realtà ci ha sottratto, come se il sogno fosse l’ultima frontiera di contatto possibile. Eppure, proprio quando il bisogno di conforto è massimo, la mente sembra sbarrare le porte.

Questa “latitanza onirica” non è un segno di mancanza d’affetto, né un segnale che il legame si stia sbiadendo. Al contrario, è il risultato di un sofisticato e delicatissimo meccanismo di difesa psicologica e neurologica. Comprendere cosa accade nelle architetture della nostra mente durante il lutto significa guardare da vicino come l’essere umano sopravvive al dolore più grande.
La soglia del dolore e il “blocco” protettivo
Il sogno non è una semplice riproduzione della realtà; è un processo di rielaborazione emotiva. Quando subiamo una perdita recente, il trauma è spesso troppo “incandescente” per essere gestito dai circuiti del sonno REM. In psicologia, questo fenomeno viene talvolta interpretato come una forma di protezione dell’Io.
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Il cervello, nel tentativo di preservare l’equilibrio psichico del sognatore, evita di proiettare l’immagine della persona scomparsa perché l’impatto emotivo causerebbe un risveglio traumatico o uno stress eccessivo. È come se la mente imponesse una quarantena emotiva: il materiale del lutto è troppo instabile per essere elaborato durante la notte, dunque viene temporaneamente accantonato.
Il ruolo della memoria e della “discrepanza cognitiva”
Un altro aspetto fondamentale riguarda la natura stessa della memoria. Quando perdiamo qualcuno, il nostro cervello si trova in una fase di violenta ristrutturazione. Per anni, i nostri schemi mentali hanno previsto la presenza di quella persona come una costante. La morte crea una discrepanza cognitiva: la realtà esterna dice che la persona non c’è più, ma i circuiti neurali profondi continuano ad aspettarsi di vederla, sentirla o chiamarla.
Nei primi tempi, il cervello è troppo impegnato a tentare di risolvere questo “errore di sistema” (la persona dovrebbe esserci ma non c’è) per riuscire a costruire una narrazione onirica coerente. I sogni richiedono una certa stabilità simbolica per formarsi; nel caos del lutto recente, questa stabilità è assente.
Quando il sogno appare: la differenza tra “presenza” e “ombra”
Molti riferiscono che, quando finalmente riescono a sognare la persona cara, l’esperienza non è come se la aspettavano. Spesso la figura appare sfocata, distante, o non interagisce. Altre volte, il sognatore prova una strana angoscia perché, pur vedendo il defunto, “sa” nel sogno che quella persona è morta.

Questi sogni sono definiti sogni di transizione. Servono a testare il terreno della nuova realtà. Il fatto che inizialmente il volto sia assente o l’interazione impossibile indica che la psiche sta lentamente integrando l’idea della perdita. Non è il defunto che non vuole “venire a trovarci”, ma è la nostra capacità di rappresentazione che sta lentamente ricostruendo l’immagine dell’altro in una nuova veste: non più come presenza fisica, ma come memoria interiorizzata.
L’impatto del trauma e del cortisolo
Non dobbiamo dimenticare la componente biochimica. Il lutto è uno stato di stress acuto che altera i cicli del sonno. L’aumento dei livelli di cortisolo e l’iper-attivazione dell’amigdala possono frammentare il sonno REM, la fase in cui avvengono i sogni più vividi e narrativi. Se il sonno è disturbato o se la persona ricorre a farmaci per dormire (spesso necessari nelle prime fasi del lutto), l’attività onirica può risultare fortemente inibita o semplicemente non ricordata al risveglio.
Scenario futuro: il momento dell’incontro onirico
Con il passare del tempo, solitamente dopo che la fase acuta del lutto ha lasciato spazio a una malinconia più gestibile, i sogni cambiano natura. È allora che avvengono i cosiddetti “sogni di visita” (terminologia usata in ambito clinico per descrivere sogni particolarmente lucidi e confortanti). In questi casi, la persona appare in salute, serena, e spesso comunica un messaggio di pace.
Questo accade perché la mente ha finalmente completato gran parte del “lavoro del lutto”: l’immagine della persona amata è stata messa al sicuro dentro di noi, e il cervello non ha più bisogno di censurarla per proteggerci dal dolore. L’assenza iniziale, dunque, è paradossalmente la prova di quanto quel legame fosse profondo e di quanto la nostra mente stia lavorando duramente per onorarlo senza spezzarsi.
Verso una nuova comprensione del silenzio
Accettare che il silenzio onirico faccia parte del processo di guarigione è un passo fondamentale per chi soffre. Non c’è un tempo prestabilito, né un modo giusto o sbagliato di sognare chi non c’è più. Ogni mente ha il suo ritmo di elaborazione, un orologio interno che decide quando siamo pronti a guardare di nuovo quegli occhi, anche se solo nel riflesso di un sogno.
La complessità di questi meccanismi apre finestre affascinanti sulla natura del legame umano e sulla resilienza del nostro spirito. Comprendere le dinamiche profonde che regolano il rapporto tra sonno, memoria e perdita permette di guardare al proprio dolore con una maggiore indulgenza, trasformando l’attesa di un sogno in un tempo di necessaria e silenziosa ricostruzione interiore.
Il modo in cui elaboriamo l’assenza attraverso il simbolismo onirico è uno dei campi più ricchi della psicologia moderna. Approfondire come i diversi stili di attaccamento influenzino queste visioni notturne può offrire ulteriori chiavi di lettura sul nostro percorso di guarigione.
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