L’immagine è iconica, scolpita nell’immaginario collettivo da decenni di cinema e letteratura: un archeologo varca la soglia di una camera sepolcrale inviolata, solleva il coperchio di un pesante sarcofago in granito e si ritrova faccia a faccia con la mummia perfettamente conservata di un sovrano dell’Antico Regno. Tuttavia, la realtà archeologica racconta una storia profondamente diversa e, per certi versi, molto più enigmatica. Chiunque visiti oggi la piana di Giza e decida di addentrarsi nei cunicoli della Grande Piramide di Cheope, una volta raggiunta la Camera del Re, troverà solo un sarcofago di pietra rossa, scoperchiato, vuoto e privo di iscrizioni.

Non è un caso isolato. Delle circa 138 piramidi censite in Egitto, la stragrande maggioranza è stata rinvenuta “muta”. I resti umani dei grandi costruttori della IV Dinastia — Cheope, Chefren e Micerino — sono assenti, lasciando un vuoto fisico che ha alimentato nel tempo le teorie più disparate, dalle tesi pseudoscientifiche sugli “antichi alieni” alle interpretazioni delle piramidi come semplici centrali energetiche. Ma la scienza, attraverso l’archeologia forense e l’analisi storica, offre risposte molto più concrete, legate a una combinazione di avidità umana, evoluzione dei riti funerari e ingegneria della sopravvivenza.
Il miraggio dell’inviolabilità
Il motivo principale, e forse il più ovvio, del perché non troviamo resti umani all’interno delle piramidi risiede nella natura stessa di questi monumenti. Le piramidi erano, per definizione, manifestazioni di potere assoluto e ricchezza inimmaginabile. Seppellire un re con tonnellate di oro, gioielli e suppellettili preziose all’interno di una montagna di pietra visibile a chilometri di distanza significava, paradossalmente, dipingere un bersaglio gigante per i saccheggiatori di tombe.
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Contrariamente a quanto si possa pensare, il saccheggio delle piramidi non è un fenomeno moderno. La maggior parte delle violazioni è avvenuta in tempi antichissimi, spesso durante i periodi di instabilità politica noti come “Periodi Intermedi”. In queste epoche di collasso del potere centrale, le guardie necropoli venivano meno e gli stessi operai che avevano costruito le camere segrete — o i loro discendenti — potevano essere tentati di recuperare i tesori.
Quando un ladro di tombe entrava in una camera funeraria, non cercava solo l’oro. Cercava i materiali preziosi nascosti tra le bende della mummia (amuleti in oro, lapislazzuli, pietre dure). Per farlo, i corpi venivano spesso distrutti, fatti a pezzi o bruciati per estrarre rapidamente i gioielli. Il corpo del faraone, privo del suo corredo, perdeva valore per il ladro e, una volta esposto agli agenti esterni, si decomponeva rapidamente.
L’enigma della piramide di Sekhemkhet
Esiste un caso celebre che sfida la spiegazione del semplice saccheggio: la piramide sepolta di Sekhemkhet a Saqqara. Nel 1954, l’archeologo Zakaria Goneim scoprì un sarcofago di alabastro ancora sigillato con la malta originale. Tutto faceva pensare a una scoperta storica: una sepoltura reale intatta dell’Antico Regno. Quando il sarcofago venne aperto davanti alle autorità e alla stampa, con un misto di stupore e orrore, si scoprì che era vuoto.
Questo evento ha spinto gli studiosi a ipotizzare che alcune piramidi (o camere al loro interno) non fossero destinate a ospitare il corpo fisico, ma il Ka, la forza vitale del defunto. In quest’ottica, la piramide non sarebbe solo una tomba, ma un monumentale catalizzatore spirituale, un mezzo di ascensione per l’anima del re verso le “stelle imperiture”.
La lezione della Valle dei Re
L’assenza di corpi nelle piramidi portò i faraoni del Nuovo Regno (come Ramses II o Tutankhamon) a cambiare drasticamente strategia. Consapevoli che le piramidi erano facili prede, decisero di separare il tempio commemorativo dalla sepoltura reale. Scelsero una valle remota e desolata, la Valle dei Re, dove le tombe venivano scavate nella roccia e nascoste sotto detriti naturali.

Se non avessimo trovato la tomba di Tutankhamon — una sepoltura minore, preservatasi solo perché coperta dai detriti di una tomba successiva — oggi probabilmente dubiteremmo ancora della reale funzione delle sepolture egizie. Il ritrovamento di KV62 ci ha mostrato cosa avrebbe dovuto esserci nelle piramidi: una stratificazione di sarcofagi, tesori e, infine, il corpo. Il fatto che le mummie dei grandi faraoni guerrieri siano arrivate fino a noi (si pensi al “nascondiglio” di Deir el-Bahari) è dovuto solo al fatto che i sacerdoti della XXI Dinastia le rimossero dalle loro tombe originali, già violate, per nasconderle collettivamente in un luogo segreto per proteggerle da ulteriori profanazioni.
Impatto culturale e scientifico
Oggi, l’assenza dei resti umani nelle piramidi non è vista dagli accademici come un fallimento dell’archeologia, ma come una finestra sulla sociologia dell’epoca. Ci dice quanto fosse precaria la sicurezza nonostante le mastodontiche misure ingegneristiche (saracinesche di granito, falsi passaggi, blocchi di chiusura). Ci racconta di una civiltà che lottava contro il tempo e l’oblio, dove il simbolo (la piramide) è sopravvissuto, mentre la materia (il corpo) è quasi sempre andata perduta.
Inoltre, le moderne tecnologie non invasive, come la muografia (che utilizza particelle cosmiche per mappare i vuoti nelle strutture), hanno rivelato la presenza di cavità inesplorate all’interno della Grande Piramide (il cosiddetto “ScanPyramids Big Void”). Questo suggerisce che potremmo non aver ancora trovato le “vere” camere sepolcrali, progettate per essere così inaccessibili da sfuggire persino ai ladri più scaltri dell’antichità.
Uno scenario in evoluzione
La ricerca non si ferma. Mentre le piramidi continuano a sorvegliare l’altopiano di Giza, gli archeologi oggi non cercano solo ossa o bende. Cercano tracce di DNA nel particolato depositato nei sarcofagi, analizzano i residui chimici dei balsami usati per la mummificazione e studiano i testi delle piramidi per decodificare la complessa metafisica egizia.
La domanda “Perché non troviamo resti umani?” potrebbe presto trasformarsi in “Dove li hanno nascosti?”. La possibilità che esista una camera ancora inviolata, protetta non dalla pietra ma dall’ingegno architettonico, rimane la sfida più affascinante dell’egittologia moderna. Il deserto non ha ancora restituito tutti i suoi segreti, e ogni granello di sabbia spostato potrebbe essere quello che ci separa dall’incontro con il vero volto di un costruttore di piramidi.
La comprensione della morte nell’antico Egitto è un viaggio che attraversa millenni di evoluzione del pensiero umano. Se le piramidi sono oggi gusci vuoti, è forse perché il loro scopo ultimo era quello di proiettare l’essenza del faraone nell’eternità, un obiettivo che, ironicamente, hanno raggiunto meglio di qualsiasi mummificazione fisica.
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