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Isaac Newton: perché lo scienziato fissò la data della fine al 2060

Angela Gemito Mar 16, 2026

Esiste un’immagine consolidata di Isaac Newton che appartiene ai libri di scuola: lo scienziato sotto il melo, il genio dei Principia, l’uomo che ha ridotto l’universo a leggi matematiche universali. Eppure, tra le migliaia di pagine scritte di suo pugno e conservate gelosamente per secoli, emerge un profilo molto più inquietante e magnetico. Newton non cercava solo di capire come si muovessero i pianeti; cercava di decifrare il cronoprogramma di Dio.

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Nascosto tra i manoscritti della collezione Yehuda presso la Biblioteca Nazionale d’Israele, un foglio ingiallito riporta una data che oggi, nel cuore del XXI secolo, inizia a pesare come un macigno: 2060. Non è il frutto di una visione mistica, ma il risultato di un’applicazione rigorosa del metodo logico-matematico applicato alle sacre scritture.

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La logica dietro la “Profezia”

Per Newton, l’universo era un immenso crittogramma. Se la natura parlava la lingua della matematica, la storia parlava quella della teologia. Egli dedicò più tempo allo studio della cronologia biblica e dell’alchimia che alla fisica stessa, convinto che i testi sacri contenessero dati precisi sulla durata della civiltà umana.

Il suo calcolo per il 2060 non nasce dal desiderio di spaventare, ma da una necessità di ordine. Newton analizzò i libri di Daniele e dell’Apocalisse, identificando un periodo di 1260 anni di corruzione della Chiesa e di “apostasia”. Fissando l’inizio di questo conteggio nell’anno 800 d.C. — coincidente con l’investitura di Carlo Magno e il rafforzamento del potere temporale del papato — la somma portava inevitabilmente a una scadenza precisa.

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Non una fine, ma una transizione

È essenziale distinguere la “fine del mondo” hollywoodiana dalla visione newtoniana. Lo scienziato non prevedeva l’annientamento fisico del pianeta o l’estinzione della razza umana attraverso una catastrofe cosmica. Per lui, il 2060 avrebbe segnato il termine di un ordine mondiale corrotto.

Nella sua visione, questo momento rappresenterebbe il ritorno di un’era di pace, una sorta di restaurazione divina sulla Terra. Il caos che precederebbe tale data sarebbe dunque funzionale a una “pulizia” radicale delle istituzioni umane. Newton era un uomo profondamente religioso, seppur in modo non convenzionale (rifiutava il dogma della Trinità), e vedeva nella matematica lo strumento per confermare la provvidenza divina, non per negarla.

L’ossessione per il dettaglio

Ciò che affascina i ricercatori moderni è il rigore quasi maniacale con cui Newton affrontava la questione. Non si limitava a lanciare una data a caso; correggeva continuamente le proprie bozze, incrociando dati storici, eclissi documentate e testi antichi. Per lui, sbagliare un calcolo profetico era grave quanto sbagliare un calcolo sulla traiettoria di una cometa: significava non aver compreso la meccanica del Creatore.

Egli scrisse esplicitamente di voler porre fine alle “congetture temerarie” di molti interpreti della Bibbia che continuavano a prevedere la fine dei tempi a breve termine, screditando così la religione ogni volta che la profezia falliva. Newton voleva che il mondo sapesse che c’era ancora tempo, ma che quel tempo era finito e misurabile.

L’impatto sul pensiero contemporaneo

Oggi guardiamo al 2060 con una sensazione diversa. In un’epoca segnata da crisi climatiche, tensioni geopolitiche e il rapido sviluppo di intelligenze artificiali che sembrano sfuggire al controllo umano, la “profezia” di un uomo che ha letteralmente inventato la fisica moderna assume un’aura di inquietante razionalità.

Molti studiosi si domandano se Newton avesse intuito qualcosa sulla natura ciclica delle civiltà. Sebbene le sue premesse fossero teologiche, la sua conclusione tocca un nervo scoperto della nostra modernità: l’idea che ogni sistema complesso, arrivato a un certo punto di entropia, debba necessariamente collassare per dare origine a qualcosa di nuovo.

Lo scenario verso il futuro

Mancano poco più di tre decenni alla data indicata da Newton. Mentre la scienza ufficiale prosegue il suo percorso di scoperta — esplorando la meccanica quantistica e la relatività che hanno parzialmente superato le leggi newtoniane — la figura di Isaac Newton come “ultimo dei maghi” continua a crescere.

I suoi scritti privati ci ricordano che la mente umana cerca costantemente una struttura nel caos. Che si tratti della legge di gravitazione universale o della data dell’Armageddon, il desiderio è lo stesso: trovare la regola sottostante. Se il 2060 sarà davvero lo spartiacque di una nuova epoca, o se rimarrà solo l’ultimo affascinante errore di un genio assoluto, è una domanda che rimane sospesa tra gli archivi di Cambridge e il futuro che stiamo costruendo.

Il confine tra la luce della ragione e l’ombra dell’esoterismo, in Newton, non è mai stato così sottile. Resta da capire quanto di quella “logica dell’apocalisse” sia ancora sepolto nei volumi che lo scienziato non ha mai voluto dare alle stampe.

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Angela Gemito

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