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Algoritmo infallibile: perché abbiamo smesso di fidarci degli esseri umani

Angela Gemito Gen 9, 2026

Siamo entrati in un’era definita da un paradosso silenzioso. In un mondo che celebra l’iper-connessione tra individui, la nostra fiducia sta migrando dai volti agli schermi, dalle opinioni agli output. Se un amico ci consiglia un ristorante, verifichiamo immediatamente su un’app; se un medico ci fornisce una diagnosi, cerchiamo conferma in un database digitale. Questo fenomeno non è solo una questione di comodità tecnologica, ma rappresenta uno spostamento tettonico nelle fondamenta della psicologia sociale: stiamo progressivamente accordando più credito alle stringhe di codice che al giudizio umano.

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L’attrito del fattore umano

Il cuore del problema risiede in ciò che gli scienziati chiamano “algoritmo dell’oggettività”. La mente umana è, per sua natura, fallibile, emotiva e soggetta a pregiudizi cognitivi. Sappiamo che una persona può avere una brutta giornata, può essere mossa da interessi personali o può semplicemente sbagliare. Al contrario, l’applicazione – che sia un software di navigazione, un consulente finanziario automatizzato o un sistema di monitoraggio della salute – si presenta con la maschera della neutralità matematica.

C’è una pulizia estetica e funzionale nel dato digitale che l’interazione umana non può offrire. Quando un’app ci dice che abbiamo dormito male, tendiamo a crederci anche se ci sentiamo riposati. Questo accade perché abbiamo delegato la “verità” a uno strumento che percepiamo come privo di secondi fini. Eppure, questa è l’illusione fondamentale: dimentichiamo che ogni algoritmo è scritto da esseri umani e addestrato su dati che portano con sé i medesimi pregiudizi che cerchiamo di evitare.

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La rassicurazione della prevedibilità

La fiducia richiede vulnerabilità. Fidarsi di una persona significa accettare il rischio di essere delusi. Le applicazioni, invece, offrono la promessa della prevedibilità. Se inseriamo una destinazione su una mappa digitale, l’app calcola il percorso basandosi su variabili misurabili: traffico, incidenti, velocità media. Non c’è spazio per l’intuizione o per la “scorciatoia panoramica” che un tassista locale potrebbe suggerire.

Il risultato è che preferiamo l’efficienza standardizzata alla competenza variabile. In contesti ad alto stress, come la gestione delle finanze o le decisioni mediche, il peso della responsabilità umana diventa così gravoso che l’app funge da scudo psicologico. Se il software sbaglia, è un errore tecnico; se un uomo sbaglia, è un fallimento morale. Questa distinzione sta alterando il modo in cui costruiamo il nostro senso di sicurezza quotidiano.

Esempi di una delega invisibile

Osserviamo il settore del fitness e del benessere. Milioni di persone regolano la propria alimentazione o il proprio sforzo fisico non in base alle sensazioni del corpo (biofeedback naturale), ma in base a ciò che suggerisce uno smartwatch. Il dispositivo diventa l’autorità suprema, superando la consapevolezza di sé.

Ancora più emblematico è il campo delle relazioni. Le app di dating utilizzano sistemi di matching che riducono la complessità della chimica umana a una percentuale di compatibilità. Molti utenti si sentono più rassicurati da un “90% di affinità” calcolato da un software che da un incontro fortuito in un caffè. Si cerca la validazione del dato per giustificare l’investimento emotivo, come se la matematica potesse proteggerci dal dolore di un rifiuto.

In ambito lavorativo, la selezione del personale sta diventando sempre più dipendente da software di screening. I candidati spesso si fidano più di un processo automatizzato, ritenendolo “giusto”, rispetto al colloquio con un selezionatore che potrebbe avere simpatie o antipatie irrazionali. Tuttavia, questo ci porta a ignorare che l’algoritmo potrebbe escludere il genio creativo solo perché non rientra nei parametri standardizzati della media.

L’impatto sulla fibra sociale

Cosa succede a una società che smette di esercitare il muscolo della fiducia interpersonale? La conseguenza più immediata è l’erosione della coesione sociale. La fiducia è il collante che permette alle comunità di funzionare nonostante le differenze. Se iniziamo a vedere gli altri come fonti di informazione meno attendibili rispetto a un dispositivo, il valore della testimonianza umana svanisce.

Inoltre, questa tendenza alimenta una sorta di isolamento cognitivo. Se ci fidiamo solo di ciò che l’app seleziona per noi (dai contenuti informativi ai suggerimenti di acquisto), finiamo in una bolla dove la serendipità e il confronto con l’inaspettato vengono eliminati. L’app ci dà quello che vogliamo, o quello che pensa che vogliamo, privandoci della sfida intellettuale che solo un altro essere umano, con la sua imprevedibilità, può offrirci.

Uno scenario futuro: l’uomo come “validatore”

Guardando avanti, il rischio non è che le macchine sostituiscano l’uomo, ma che l’uomo diventi un semplice supervisore di decisioni già prese dalle macchine. Potremmo arrivare a un punto in cui il parere di un esperto avrà valore solo se confermato da un’intelligenza artificiale di riferimento.

Si prospetta un futuro in cui la “reputazione algoritmica” sostituirà la reputazione personale. Non saremo giudicati per chi siamo o per quello che diciamo, ma per come i dati estratti dal nostro comportamento vengono processati dai sistemi di valutazione. In questo scenario, la fiducia non sarà più un atto di fede verso il prossimo, ma un atto di sottomissione alla precisione del calcolo.

Verso una nuova consapevolezza

Restituire valore al giudizio umano non significa rifiutare la tecnologia, ma riconoscerne i limiti strutturali. Un’app può elaborare miliardi di dati al secondo, ma non possiede il contesto, l’empatia o l’etica. La sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio: usare lo strumento digitale per informare le nostre decisioni, senza permettergli di sostituire il nostro istinto o la nostra capacità di connetterci con l’altro.

La domanda che rimane aperta è se saremo capaci di accettare di nuovo l’errore umano come parte integrante del progresso, o se continueremo a inseguire il miraggio di una perfezione digitale che, pur essendo efficiente, rischia di lasciarci profondamente soli. La tecnologia è un ottimo servitore, ma un pessimo padrone della nostra fiducia.

Il confine tra utilità e dipendenza è sottile, e attraversarlo significa cambiare per sempre la natura del nostro rapporto con la verità e con gli altri. Forse, il primo passo per recuperare la bussola è ricominciare a chiederci quanto del nostro affidamento dipenda dalla qualità del dato e quanto, invece, dalla nostra paura di sbagliare da soli.

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Angela Gemito

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Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!

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Tags: algoritmo mondo digitale psicologia

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