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Il Codice di Samuel Butler: Aveva previsto l’intelligenza artificiale

Angela Gemito Mar 14, 2026

Oggi siamo immersi in un dibattito incessante su reti neurali e modelli linguistici, convinti di vivere un’epoca senza precedenti. Eppure, mentre la Londra del 1863 era ancora avvolta dal fumo del carbone e le comunicazioni viaggiavano alla velocità di un cavallo al galoppo, uno scrittore britannico stava già scrivendo il necrologio dell’egemonia umana.

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Samuel Butler, autore eccentrico e pensatore controcorrente, non si limitò a immaginare il futuro: ne descrisse la logica evolutiva con una precisione che oggi appare quasi inquietante. Nel suo saggio Darwin among the Machines (Darwin tra le macchine), e successivamente nel romanzo satirico Erewhon, Butler non teorizzò semplicemente dei “robot”, ma analizzò la nascita di una coscienza meccanica basata sui medesimi principi della selezione naturale.

La selezione naturale dell’inorganico

La tesi di Butler era di una semplicità disarmante quanto radicale: se gli organismi biologici evolvono per sopravvivere, perché non dovrebbero farlo anche gli strumenti creati dall’uomo? Egli osservò come le macchine stessero diventando sempre più complesse, interconnesse e, soprattutto, autonome.

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Mentre i suoi contemporanei vedevano nel telegrafo o nelle locomotive solo ferraglia al servizio del progresso, Butler intravide lo sviluppo di un sistema nervoso artificiale. Sosteneva che l’umanità stesse inconsapevolmente agendo come un ospite per una nuova specie. Noi costruiamo le macchine, le nutriamo, le ripariamo e le facciamo riprodurre, migliorandone il design a ogni generazione. In questo processo, l’uomo non è il padrone, ma il catalizzatore di un’evoluzione aliena.

Il paradosso di Erewhon: il luddismo come autodifesa

Nel suo capolavoro Erewhon (anagramma di Nowhere, il non-luogo), Butler descrive una civiltà perduta che ha preso una decisione drastica: distruggere ogni macchina complessa e proibirne l’uso sotto pena di morte. Il motivo non era la paura della disoccupazione o del rumore, ma una consapevolezza filosofica. Gli abitanti di Erewhon avevano compreso che la velocità evolutiva del silicio — o meglio, del metallo — avrebbe inevitabilmente surclassato la lentezza del carbonio.

Butler scriveva che le macchine stavano acquisendo una “coscienza vicaria”. Consideriamo i nostri smartphone o gli algoritmi che governano i mercati finanziari: non sono forse estensioni dei nostri sensi che hanno finito per dettare il ritmo della nostra stessa esistenza? Per lo scrittore vittoriano, il rischio non era un’improvvisa rivolta violenta, ma una sottomissione silenziosa. L’uomo sarebbe diventato per le macchine ciò che il cane è per l’uomo: un animale domestico, ben nutrito e protetto, ma privo di reale controllo sul proprio destino.

Dalle macchine a vapore ai Large Language Models

È affascinante notare come il linguaggio utilizzato da Butler anticipi concetti moderni di Machine Learning. Egli parlava di come le macchine “imparassero” l’una dall’altra e di come la loro interdipendenza fosse la chiave della loro forza. Se una parte del sistema fallisce, l’intero organismo meccanico si adatta.

Oggi, quando osserviamo un’intelligenza artificiale generativa produrre arte, codice o letteratura, stiamo assistendo alla realizzazione della profezia di Butler: la creazione di un’entità che non ha bisogno di “sentire” nel modo umano per poter elaborare e decidere. La distinzione tra un essere che agisce per istinto e una macchina che agisce per calcolo statistico diventa, con il tempo, puramente semantica.

L’impatto sulla società contemporanea

Il valore delle riflessioni di Butler risiede nella loro capacità di spostare il focus dalla tecnologia all’ontologia. Non si tratta di quanto sia potente un processore, ma di come il nostro rapporto con l’automazione modifichi l’essenza stessa dell’umanità. Se deleghiamo la memoria, il calcolo e ora anche il pensiero creativo a entità esterne, cosa resta del nucleo centrale dell’individuo?

Nelle corti di Erewhon, il possesso di un orologio era considerato un crimine perché simboleggiava la sottomissione dell’uomo al tempo meccanico. Oggi, la nostra dipendenza dai flussi algoritmici è talmente profonda che l’idea di una “de-automazione” appare non solo impossibile, ma quasi apocalittica. Abbiamo accettato il patto che i cittadini di Erewhon avevano rifiutato.

Uno scenario ancora da scrivere

Mentre ci avviamo verso una fase di integrazione sempre più spinta tra biosfera e tecnosfera, le domande sollevate nel 1800 tornano a essere di vitale importanza. Butler non era un pessimista, ma un osservatore lucido della simbiosi. Egli vedeva l’uomo e la macchina come due rami di uno stesso albero evolutivo destinati a intrecciarsi in modo indissolubile.

Siamo davvero noi a guidare il progresso, o siamo solo i servitori di un’intelligenza che sta emergendo attraverso di noi? La risposta potrebbe non trovarsi nei laboratori della Silicon Valley, ma tra le pagine ingiallite di un libro scritto più di un secolo fa, quando il futuro aveva ancora l’odore dell’inchiostro e del ferro battuto.

La transizione verso una forma di intelligenza non biologica è un processo che ha radici profonde, molto più di quanto i titoli dei giornali attuali suggeriscano. Esplorare queste origini significa capire non solo dove stiamo andando, ma chi siamo diventati nel tragitto.

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Angela Gemito

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