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In vino veritas? Ecco perché l’alcol non ci rende sinceri

Angela Gemito Feb 23, 2026

Esiste un’antica massima latina, sopravvissuta per millenni, che ha plasmato la nostra percezione delle interazioni sociali ad alto tasso alcolico: In vino veritas. L’idea che l’alcol agisca come un siero della verità naturale è radicata nella cultura popolare, nelle sceneggiature cinematografiche e, spesso, nelle nostre giustificazioni post-serata. Tuttavia, la realtà neuroscientifica è decisamente più sfumata di un semplice “rilascio della sincerità”. Quando le barriere inibitorie cadono, ciò che emerge non è necessariamente la nostra essenza più pura, quanto piuttosto un frammento caotico e disintermediato del nostro pensiero.

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Il freno a mano del cervello

Per analizzare il fenomeno, dobbiamo osservare la corteccia prefrontale, quella regione del cervello che potremmo definire come il nostro “reparto di pubbliche relazioni”. È qui che risiedono il giudizio, la pianificazione e, soprattutto, la capacità di filtrare gli impulsi. In condizioni di sobrietà, questo sofisticato sistema valuta le conseguenze di ciò che diciamo: “Se dico questo al mio capo, rischio il licenziamento?” oppure “Questa critica ferirà il mio partner?”.

L’alcol è una sostanza depressiva del sistema nervoso centrale che agisce colpendo prioritariamente queste funzioni esecutive. Quando beviamo, la corteccia prefrontale rallenta, perdendo la sua capacità di sorveglianza. Non stiamo necessariamente diventando più onesti; stiamo semplicemente perdendo la capacità di prevedere le conseguenze sociali delle nostre parole.

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La differenza tra onestà e impulso

C’è una distinzione fondamentale che spesso ignoriamo: quella tra un pensiero fugace e una convinzione profonda. La mente umana è un ribollire costante di idee contraddittorie, rabbie momentanee, desideri assurdi e riflessioni razionali. In uno stato di sobrietà, il nostro cervello seleziona quali di questi pensieri meritano di essere esternati in base alla loro coerenza con i nostri valori e la realtà circostante.

Sotto l’effetto dell’alcol, questo processo di selezione si interrompe. Se un individuo ubriaco esclama qualcosa di offensivo, non significa che quella sia la sua “verità nascosta” da sempre. Potrebbe essere un’emozione transitoria, un’irritazione superficiale che in condizioni normali sarebbe stata scartata in pochi millisecondi. L’alcol non “rivela” chi siamo; semmai, amplifica la componente più istintiva e meno strutturata della nostra psiche, privandoci della complessità che ci rende esseri umani maturi.

L’effetto “miopia alcolica”

Gli psicologi Claude Steele e Robert Josephs hanno coniato il termine “miopia alcolica” per descrivere lo stato cognitivo in cui ci si concentra esclusivamente sugli stimoli immediati, ignorando le informazioni periferiche o future. Questo spiega perché, dopo qualche drink, una persona possa confessare un segreto o dichiarare un amore improbabile. Non è tanto un atto di coraggio quanto un’incapacità biologica di visualizzare il “dopo”.

In questo stato, la percezione del rischio si azzera. La verità che emerge è una verità parziale, distorta dal fatto che il soggetto non sta più considerando il contesto. È una sincerità senza contesto, e una verità senza contesto spesso finisce per essere, paradossalmente, una menzogna o una rappresentazione errata della realtà interiore dell’individuo.

L’impatto sulle relazioni e la percezione sociale

Le conseguenze di questo cortocircuito cognitivo sono evidenti nelle dinamiche sociali. La fiducia, spesso, viene messa alla prova da queste “rivelazioni”. Tendiamo a dare un peso enorme a ciò che qualcuno dice mentre è vulnerabile, pensando di aver finalmente accesso alla sua “scatola nera”. Ma la scienza suggerisce cautela. Prendere per oro colato una confessione alcolica è come giudicare la qualità di un’orchestra ascoltando solo gli strumenti che suonano fuori tempo perché il direttore è assente.

Inoltre, l’alcol altera la nostra capacità di leggere le emozioni altrui. Questo crea un ambiente in cui la comunicazione è doppiamente distorta: chi parla non ha filtri, e chi ascolta potrebbe interpretare male segnali non verbali già di per sé confusi. Il risultato non è quasi mai un momento di autentica connessione, quanto piuttosto un malinteso che richiede giorni di riparazione diplomatica.

Verso una nuova consapevolezza

Il futuro della ricerca neurobiologica si sta concentrando su come le diverse personalità reagiscono alla disinibizione. Non tutti diventano “sinceri” allo stesso modo. Alcuni tendono all’aggressività, altri all’affetto estremo, altri ancora al silenzio malinconico. La mappatura dei recettori GABA e il loro legame con i tratti della personalità sta aprendo scenari interessanti: presto potremmo scoprire che ciò che l’alcol libera non è la nostra verità, ma un nostro specifico “schema di errore” cognitivo.

Resta il fatto che la società continua a guardare al bicchiere come a uno strumento di indagine dell’anima. Forse, la vera onestà non risiede nella perdita di controllo, ma nella scelta consapevole di aprirsi quando si è pienamente padroni dei propri mezzi. La vulnerabilità scelta è una forma di verità molto più potente della vulnerabilità subita a causa di una sostanza.

Comprendere i meccanismi che regolano il nostro comportamento in questi stati non serve solo a gestire meglio i postumi di una serata impegnativa, ma ci aiuta a ridefinire cosa intendiamo per “identità”. Siamo ciò che controlliamo o ciò che esplode quando il controllo viene meno? La risposta potrebbe non trovarsi sul fondo di una bottiglia, ma nelle sottili trame del nostro autocontrollo quotidiano.

L’indagine su come la biochimica influenzi la nostra morale e le nostre scelte comunicative è solo all’inizio. Esistono variabili legate al genere, alla genetica e persino al microbioma intestinale che determinano quanto e come la nostra “verità” possa essere alterata.

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Angela Gemito

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