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Enfield, 1977: Il poltergeist che ingannò la polizia

Angela Gemito Feb 17, 2026

Esistono storie che, nonostante il passare dei decenni e l’avvento di tecnologie di rilevazione sempre più sofisticate, rifiutano di lasciarsi archiviare nel cassetto delle spiegazioni razionali. Tra queste, il caso del Poltergeist di Enfield occupa un posto d’onore, non solo per la mole di materiale documentale prodotto, ma per la capacità di aver diviso l’opinione pubblica britannica – e mondiale – tra scetticismo radicale e una profonda, inquietante incertezza.

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Tra il 1977 e il 1979, una modesta abitazione popolare nel quartiere di Enfield, a nord di Londra, divenne il centro di un’attenzione mediatica senza precedenti. Non si trattava di una semplice suggestione collettiva: agenti di polizia, giornalisti della BBC, fotografi del Daily Mirror e membri della prestigiosa Society for Psychical Research (SPR) testimoniarono fenomeni che sfidavano le leggi della fisica. Eppure, a quasi cinquant’anni di distanza, la domanda rimane la stessa: siamo stati testimoni del più documentato evento paranormale della storia o della più riuscita recita infantile dell’epoca moderna?


L’inizio del caos: Quando il quotidiano si spezza

La vicenda ha inizio nell’agosto del 1977. Peggy Hodgson, una madre single che viveva con i suoi quattro figli, chiamò la polizia denunciando che i mobili della camera da letto si muovevano da soli e che strani colpi provenivano dalle pareti. L’agente Carolyn Heeps, intervenuta sul posto, firmò una dichiarazione giurata in cui affermava di aver visto una sedia sollevarsi da terra e scivolare per oltre un metro senza che nessuno la toccasse.

Da quel momento, la casa di Green Street si trasformò in un laboratorio a cielo aperto. I fenomeni si intensificarono: oggetti che volavano attraverso le stanze, incendi spontanei che divampavano nei cassetti, e, soprattutto, le manifestazioni che coinvolgevano la figlia undicenne, Janet. La bambina sembrava essere il catalizzatore di un’energia fuori controllo, culminando in episodi di presunta levitazione e nella manifestazione di una “voce” roca, gutturale e maschile, che usciva dalla sua gola sostenendo di essere Bill Wilkins, un uomo deceduto anni prima proprio in quella casa.

L’indagine della SPR: Guy Lyon Playfair e Maurice Grosse

A differenza di molti altri presunti casi di infestazione, Enfield non rimase confinato al passaparola. Due investigatori della SPR, Maurice Grosse e Guy Lyon Playfair, trascorsero mesi all’interno dell’abitazione. La loro documentazione è immensa: oltre seicento incidenti registrati, registrazioni audio delle “voci” e fotografie scattate da macchine fotografiche a comando remoto che ritraevano Janet sospesa in aria.

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Grosse, spinto inizialmente da una ricerca di risposte personali dopo la perdita della figlia, divenne il difensore della veridicità del caso. Playfair, più metodico, cercò di applicare protocolli rigorosi, ma ammise che la natura degli eventi sembrava quasi “prendersi gioco” degli osservatori. Il poltergeist, termine tedesco che letteralmente significa “spirito rumoroso”, sembrava possedere una sorta di intelligenza infantile, manifestandosi spesso proprio quando l’attenzione degli investigatori calava o quando le telecamere venivano rimosse per il cambio della pellicola.

La tesi della messa in scena: Il ruolo del gioco e della frode

Se da un lato c’erano testimoni oculari autorevoli, dall’altro emergevano crepe significative nella narrazione. Molti scettici, tra cui maghi professionisti e psicologi, fecero notare che Janet e sua sorella Margaret erano state colte sul fatto mentre cercavano di simulare alcuni fenomeni. Le bambine ammisero, anni dopo, di aver “truccato” circa l’1% o il 2% degli eventi, giustificandosi con la pressione di dover “produrre risultati” per i ricercatori che vivevano con loro.

Questa confessione, pur minima nell’economia dei due anni di indagine, gettò un’ombra indelebile sull’intero caso. Gli esperti di ventriloquismo analizzarono la voce di “Bill”, suggerendo che Janet potesse produrla utilizzando le false corde vocali, una tecnica faticosa ma non impossibile. Anche le celebri foto delle levitazioni furono messe in discussione: per molti, Janet stava semplicemente saltando dal letto, sfruttando l’angolazione della macchina fotografica per simulare un volo che, in realtà, era solo un momento di atletismo infantile.

L’impatto psicologico e sociale

Oltre la dicotomia vero/falso, il caso Enfield racconta molto della società dell’epoca. La famiglia Hodgson viveva in condizioni di fragilità economica e sociale. Peggy era una donna sotto enorme stress, e le bambine stavano attraversando la delicata fase della pubertà. Molti psicologi interpretano il fenomeno del poltergeist non come un’entità esterna, ma come una psicocinesi spontanea ricorrente: un’esteriorizzazione di un trauma o di una tensione psichica interna repressa.

In questo scenario, la “messa in scena” non sarebbe un atto di malizia, ma un meccanismo di difesa o una richiesta di attenzione estrema. Tuttavia, questa spiegazione fatica a coprire gli eventi osservati da terzi neutrali, come i tecnici della BBC che trovarono i componenti delle loro attrezzature elettroniche deformati o scaricati istantaneamente all’interno della casa.

Un’eredità che non svanisce

Perché Enfield continua a turbarci? Forse perché rappresenta il punto di rottura perfetto tra la nostra fiducia nella scienza e il timore ancestrale dell’ignoto. Se fosse tutto un falso, Janet e Margaret Hodgson sarebbero state le più grandi attrici e manipolatrici del XX secolo, capaci di ingannare esperti per anni senza mai cedere completamente. Se fosse vero, dovremmo accettare che la realtà fisica che abitiamo è molto più porosa e instabile di quanto siamo disposti ad ammettere.

Oggi, i protagonisti di quella vicenda hanno vite riservate, ma Janet ha mantenuto nel tempo la sua versione: gran parte di ciò che accadde era reale, spaventoso e inspiegabile. La casa di Green Street è stata abitata da altre famiglie, alcune delle quali hanno riferito di sentirsi “osservate”, pur senza mai più raggiungere i picchi di attività degli anni Settanta.


Verso un nuovo paradigma di indagine

Il Caso Enfield ha cambiato per sempre il modo in cui approcciamo i fenomeni di confine. Ha insegnato ai ricercatori che l’osservatore influenza inevitabilmente l’osservato e che la verità raramente abita in una sola direzione. Tra i nastri magnetici degradati e le vecchie polaroid sgranate, resta sospesa una domanda fondamentale sulla natura della mente umana e sulle sue capacità latenti.

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