Arrivare costantemente in ritardo è davvero solo una questione di educazione? Negli ultimi anni, psicologi ed esperti di salute mentale stanno portando l’attenzione su un fenomeno poco conosciuto ma molto diffuso: la cecità temporale, una difficoltà reale nel percepire e gestire il tempo.

Cos’è la cecità temporale e perché se ne parla sempre di più
Con il termine cecità temporale si indica la difficoltà a stimare quanto tempo passa o quanto tempo serve per completare un’attività. Chi ne soffre può essere sinceramente convinto di avere “ancora cinque minuti”, quando in realtà ne sono già trascorsi venti.
Questa condizione è strettamente legata alle funzioni esecutive del cervello, cioè quei meccanismi che regolano pianificazione, organizzazione e controllo delle azioni. Non a caso, la cecità temporale è una caratteristica ben documentata nelle persone con ADHD, dove il problema non è episodico ma ricorrente e capace di influenzare studio, lavoro e relazioni sociali.
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È importante chiarirlo: chiunque può arrivare in ritardo ogni tanto, ma quando il ritardo diventa sistematico e interferisce con la vita quotidiana, potrebbe esserci qualcosa di più della semplice disorganizzazione.
Ritardi cronici: ansia, controllo e bisogno di libertà
Non tutti i ritardi hanno la stessa origine. Gli psicoterapeuti sottolineano che il primo passo è capire perché una persona arriva sempre tardi. In alcuni casi entra in gioco l’ansia: arrivare troppo presto può generare disagio, silenzi imbarazzanti o situazioni sociali percepite come stressanti.
In altri casi, il ritardo diventa una forma di ribellione silenziosa. Quando la giornata è scandita solo da doveri e responsabilità, arrivare in ritardo può trasformarsi in un modo inconscio per riprendersi qualche minuto di controllo. Un meccanismo simile a quello di chi va a dormire tardi per “recuperare” tempo personale dopo una giornata piena.
Più complesso è il caso in cui il ritardo sia legato a un senso di superiorità: quando si percepisce il proprio tempo come più importante di quello altrui, il rispetto degli orari perde valore. Questo atteggiamento può emergere anche nel desiderio di “fare scena” o attirare l’attenzione arrivando sempre per ultimi.

Strategie pratiche per migliorare la gestione del tempo
Indipendentemente dalla presenza o meno di ADHD, ognuno resta responsabile delle proprie azioni. La buona notizia è che molte strategie nate per aiutare chi ha difficoltà attentive funzionano anche per chi vuole semplicemente diventare più puntuale.
Un metodo efficace è la cosiddetta carta di coping: su un piccolo foglio si scrivono due frasi. La prima riformula la paura o la resistenza interna (“Se arrivo in anticipo sarà imbarazzante”), la seconda richiama le conseguenze reali del ritardo (“Arrivare tardi danneggia il mio lavoro e le mie relazioni”).
Dal punto di vista pratico, strumenti come smartwatch con promemoria, app di gestione del tempo e liste dettagliate possono fare la differenza. Un esempio concreto è quello di chi crede di impiegare 20 minuti per uscire di casa e scopre, nero su bianco, che il processo completo richiede almeno 45 minuti. Rendere visibile il tempo reale è spesso la svolta decisiva.
Conclusione
La cecità temporale non è una scusa, ma una chiave di lettura utile per comprendere i ritardi cronici. Capire le cause, psicologiche o neurologiche, permette di intervenire in modo più efficace e realistico. Se il tema ti riguarda da vicino, approfondire può aiutarti a migliorare non solo la puntualità, ma anche il rapporto con il tempo e con gli altri.
Per saperne di più, puoi consultare fonti autorevoli come:
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