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L’uomo che ha mangiato solo patate per 365 giorni: i risultati (reali)

Angela Gemito Feb 23, 2026

Il paradosso del tubero: la sfida di Andrew Taylor al dogma alimentare

È la storia di un uomo che, nel 2016, ha deciso di trasformare il proprio corpo in un laboratorio vivente, riducendo la complessità della piramide alimentare a un unico, umile protagonista: la patata.

Andrew Taylor, un insegnante australiano, non stava cercando la fama sui social né un metodo rapido per apparire in forma. La sua era una lotta di logica contro una dipendenza psicologica dal cibo che percepiva come autodistruttiva. La sua decisione di nutrirsi esclusivamente di patate per un intero anno solare ha sollevato interrogativi che vanno ben oltre il semplice conteggio calorico, toccando le corde della biochimica umana e della psicologia comportamentale.

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La genesi di una scelta radicale

Per Taylor, il cibo era diventato un nemico simile all’alcol per un dipendente in fase di recupero. La sua intuizione, per quanto discussa, era lineare: se un alcolizzato deve smettere di bere, perché chi è dipendente dal cibo non può ridurre al minimo le scelte alimentari per “resettare” il cervello? La ricerca di un alimento che potesse sostenere la vita quasi da solo lo portò alla patata.

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Non si trattava di un’idea priva di basi storiche o scientifiche. Le popolazioni dell’altopiano andino e, per secoli, i contadini irlandesi, hanno basato gran parte del loro sostentamento su questo tubero. Ma nell’era della medicina moderna, l’idea di abbandonare fibre variegate, proteine nobili e grassi polinsaturi per dodici mesi sembrava, a molti esperti, un biglietto di sola andata per una grave malnutrizione.

La chimica dietro l’esperimento

Le patate sono spesso ingiustamente etichettate come semplici “carboidrati bianchi”. In realtà, contengono una gamma sorprendente di nutrienti. Una patata grande con la buccia fornisce una dose significativa di vitamina C, potassio, ferro e magnesio. Più sorprendentemente, contengono tutti gli amminoacidi essenziali necessari per costruire le proteine, sebbene in quantità ridotte rispetto alla carne o ai legumi.

Taylor ha strutturato il suo regime includendo sia patate bianche che patate dolci (batate), queste ultime fondamentali per l’apporto di vitamina A. Ha utilizzato pochissimi condimenti — niente olio, niente burro — limitandosi a erbe aromatiche, spezie e occasionalmente un po’ di salsa barbecue priva di grassi. Per sopperire alle carenze strutturali della sua dieta mono-ingrediente, ha integrato esclusivamente la vitamina B12, un elemento che le piante non possono fornire.

I primi cento giorni: il muro fisico e mentale

Le prime settimane sono state caratterizzate da uno scetticismo globale. Medici e nutrizionisti avvertivano del rischio di scorbuto, anemia o squilibri elettrolitici fatali. Tuttavia, monitorato da un team medico e sottoposto a esami del sangue regolari, Taylor ha iniziato a mostrare segni opposti a quelli previsti.

Il primo impatto visibile è stato, naturalmente, il calo ponderale. Ma ciò che ha sorpreso i suoi osservatori non è stata la perdita di grasso, bensì l’aumento dei livelli di energia riportati dal protagonista. Taylor ha descritto una sorta di “liberazione cognitiva”: non dovendo più pianificare pasti complessi o combattere contro le tentazioni di cibi processati, la sua mente ha iniziato a focalizzarsi su altri aspetti della vita. La patata era diventata un carburante neutro, privo della carica emotiva che solitamente associamo al piacere gastronomico.

Risultati clinici: cosa dicono i dati

Alla fine dei 365 giorni, i risultati hanno lasciato la comunità scientifica in uno stato di riflessione profonda. Andrew Taylor aveva perso circa 50 chilogrammi. Ma il dato più rilevante riguardava i suoi biomarcatori:

  • Colesterolo: I livelli erano scesi drasticamente.
  • Pressione sanguigna: Normalizzata dopo anni di ipertensione.
  • Glicemia: I parametri si erano stabilizzati in un intervallo ottimale.

Questo esperimento non ha dimostrato che la dieta a base di sole patate sia il regime ideale per l’essere umano a lungo termine, ma ha evidenziato quanto il corpo sia resiliente e quanto, forse, abbiamo sovraccaricato il nostro sistema digerente con una varietà eccessiva di input spesso contrastanti tra loro.

Il fattore sociale e l’impatto psicologico

Vivere un anno senza mai sedersi a cena fuori o condividere un pasto convenzionale ha messo alla prova la vita sociale di Taylor. Eppure, proprio qui risiede una delle lezioni più importanti del suo viaggio. Egli ha imparato a separare la socialità dal consumo calorico. Portava le sue patate bollite ai barbecue degli amici o nei ristoranti, mantenendo intatto il legame umano senza soccombere alla pressione alimentare ambientale.

Questo aspetto tocca un punto dolente della nostra società: quanto del nostro stare insieme è dettato da una dipendenza condivisa da zuccheri e grassi? La sua sfida ha mostrato che è possibile mantenere una vita relazionale attiva anche quando si rompono gli schemi di consumo tradizionali.

Oltre il tubero: cosa ci insegna questa storia

L’anno a base di patate di Andrew Taylor non deve essere interpretato come un consiglio medico. È, piuttosto, una provocazione esistenziale. Ci costringe a chiederci quanto del nostro bisogno di “varietà” alimentare sia dettato da necessità fisiologiche reali e quanto dalla ricerca di una gratificazione dopaminergica costante.

Il successo di Taylor non è stato nell’aver trovato un cibo magico, ma nell’aver trovato la disciplina per interrompere un ciclo di dipendenza. La patata è stata semplicemente il veicolo, un alleato affidabile e nutriente che gli ha permesso di sopravvivere mentre ricostruiva il suo rapporto con l’atto stesso di nutrirsi.

Uno scenario futuro per la nutrizione

Storie come questa aprono la strada a nuove riflessioni sulla sostenibilità alimentare e sulla gestione delle patologie legate allo stile di vita. In un mondo che corre verso una crisi di risorse, riscoprire la densità nutritiva di alimenti semplici e a basso impatto ambientale potrebbe essere la chiave per una salute pubblica più democratica e accessibile.

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Angela Gemito

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