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Perché alcuni fumano e vivono 100 anni? Il segreto dei “geni scudo”

Angela Gemito Gen 27, 2026

L’idea di “fermare il tempo” è passata, nel giro di un solo decennio, dagli scaffali della narrativa speculativa ai laboratori di biotecnologia più avanzati del pianeta. Non si tratta più di una ricerca estetica della giovinezza, ma di una rivoluzione scientifica che mira a riscrivere il codice biologico della senescenza. Oggi, il campo della geroscienza sta esplorando una possibilità che fino a ieri appariva eretica: trattare l’invecchiamento non come un destino ineluttabile, ma come una condizione biologica gestibile, e potenzialmente reversibile.

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Mentre la medicina tradizionale si è sempre concentrata sulla cura delle singole malattie una volta manifestate, la nuova frontiera punta a intervenire sui meccanismi molecolari che rendono il corpo vulnerabile a tali patologie. Gli scienziati sono convinti che la prima persona destinata a soffiare su 150 candeline sia già nata.


Il nemico invisibile: l’Interleuchina-11 e l’infiammazione cronica

Uno dei pilastri di questa trasformazione riguarda la comprensione delle citochine, molecole di segnalazione del sistema immunitario. Recentemente, l’attenzione della comunità scientifica si è focalizzata sull’Interleuchina-11 (IL-11). In un organismo giovane, questa molecola interviene come una “squadra di emergenza” durante una malattia, scomparendo una volta risolto il problema. Tuttavia, con il passare degli anni, il meccanismo si inceppa.

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Le cellule iniziano a produrre IL-11 in modo continuo, mantenendo il corpo in uno stato di infiammazione cronica silente. Questo rumore di fondo biochimico danneggia progressivamente il cuore, i polmoni e il tessuto muscolare. Studi recenti hanno evidenziato come livelli elevati di IL-11 siano correlati a forme più aggressive di tumori al seno e al colon.

La svolta è arrivata nel 2024 con la molecola 9MW3811. I test condotti su modelli biologici hanno dimostrato che bloccando l’IL-11 è possibile estendere la durata della vita di circa il 25%, riducendo drasticamente l’incidenza delle patologie senili. L’interesse è tale che colossi come Calico Life Sciences (la divisione “anti-age” di Alphabet/Google) hanno già acquisito licenze esclusive per lo sviluppo di terapie basate su questo principio.


Farmaci “dual-use”: dal diabete alla neuroprotezione

Oltre alle molecole di nuova sintesi, la geroscienza sta scoprendo potenzialità inaspettate in farmaci già in commercio. È il caso dei GLP-1 agonisti, come il semaglutide. Nati per trattare il diabete di tipo 2 e l’obesità, questi composti stanno mostrando effetti protettivi che vanno ben oltre il controllo glicemico.

Un’analisi pubblicata sul New England Journal of Medicine ha rivelato che il semaglutide riduce del 20% il rischio di infarti e ictus. Ma il dato più sorprendente riguarda il cervello: sembra che questi farmaci possano rallentare il declino cognitivo, riducendo il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer. Questo suggerisce che stabilizzare il metabolismo e ridurre lo stress ossidativo possa preservare l’integrità neurale per decenni in più rispetto alla media attuale.


La strategia degli esperti: la “Medicina Sanitaria” preventiva

Cosa fanno, nella pratica quotidiana, coloro che studiano l’invecchiamento? Esperti come il professor Matt Kaeberlein dell’Università di Washington adottano quella che definiscono “medicina sanitaria”. Non aspettano che un parametro biologico sia fuori norma per intervenire.

Kaeberlein, ad esempio, utilizza dosaggi mirati di farmaci per la sensibilità insulinica pur non essendo diabetico. L’obiettivo è mantenere i reni e il metabolismo in una condizione di efficienza ottimale, poiché una migliore gestione dello zucchero nel sangue è statisticamente associata a una minore mortalità. Non è bio-hacking amatoriale, ma l’applicazione rigorosa di dati epidemiologici alla propria biologia.


Il paradosso dei centenari: genetica vs. stile di vita

Tuttavia, esiste un fattore che la farmacologia non può ancora ignorare: l’ereditarietà. Il professor Nir Barzilai, direttore dell’Institute for Aging Research all’Albert Einstein College of Medicine, ha dedicato la vita a studiare i centenari “naturali”.

I suoi dati presentano un paradosso affascinante:

  • Il 50% degli uomini centenari ha fumato per gran parte della vita.
  • Il 30% delle donne che raggiungono i 100 anni è in sovrappeso.
  • Meno della metà pratica attività fisica regolare.

Queste persone possiedono “geni scudo” che le proteggono dagli insulti ambientali e dallo stress ossidativo. Ma per il restante 99% della popolazione che non ha ereditato questa corazza genetica, la strada verso la longevità deve essere costruita attivamente.


Le tre chiavi della longevità applicata

Se non possediamo i geni dei super-centenari, la scienza suggerisce tre interventi fondamentali che chiunque può implementare per influenzare la propria biologia:

1. Il potere dell’Autofagia

Il digiuno intermittente (come la finestra 12:00-20:00 praticata da Barzilai) non serve solo a gestire il peso. Innesca l’autofagia, un processo di “pulizia cellulare” in cui l’organismo identifica e ricicla le proteine danneggiate e i componenti cellulari malfunzionanti. È l’equivalente biologico di un aggiornamento software che elimina i bug accumulati.

2. Il lubrificante meccanico: l’esercizio ibrido

L’attività fisica non è un’opzione, è un segnale biochimico. Il professor Jay Olshansky la paragona al lubrificare un motore: senza, l’attrito distrugge le componenti. La routine ideale emersa dalle ricerche combina:

  • Cardio zonale: (Bicicletta o tapis roulant) per la salute mitocondriale.
  • Allenamento di forza: Per contrastare la sarcopenia (perdita di massa muscolare).
  • Flessibilità: Per mantenere l’integrità delle articolazioni e dei tessuti connettivi.

3. Monitoraggio e integrazione mirata

L’assunzione di micronutrienti come la Vitamina D e l’esecuzione di controlli diagnostici precoci rappresentano la “manutenzione preventiva”. L’obiettivo è intercettare le deviazioni biochimiche prima che diventino patologie conclamate.


Verso un futuro senza “vecchiaia”?

Siamo all’inizio di una transizione epocale. Se i trial clinici sull’Interleuchina-11 e su altri inibitori della senescenza avranno successo, potremmo assistere a uno scenario in cui l’età cronologica (quella dei documenti) smetterà di coincidere con l’età biologica.

La geroscienza non promette l’immortalità, ma la compressione della morbilità: l’idea di vivere una vita piena, energica e libera da malattie croniche fino a ridosso del termine naturale dell’esistenza. La vera sfida, oggi, è capire come queste scoperte possano essere integrate in una visione sistemica della salute umana, che unisca l’avanguardia farmacologica alla disciplina quotidiana.

Le implicazioni di questa rivoluzione toccano ogni aspetto della nostra società, dal sistema pensionistico alla struttura stessa delle nostre famiglie. Ma la domanda fondamentale rimane individuale: siamo pronti a gestire un’esistenza che potrebbe durare molto più di quanto avevamo previsto?


Approfondimenti tecnici e protocolli di longevità: La complessità dei meccanismi di riparazione cellulare e le tabelle di marcia dei nuovi farmaci anti-aging aprono scenari che richiedono un’analisi dettagliata. Le evidenze molecolari dietro la geroscienza e i dati completi degli studi clinici meritano una disamina più profonda per comprendere come la biologia molecolare stia effettivamente spostando i confini della vita umana.

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Angela Gemito

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Tags: geroscienza ringiovanimento

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