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E se il tuo modo di pensare non fosse “sbagliato”

Angela Gemito Feb 20, 2026

Esiste un momento preciso, spesso situato tra le pieghe di una giornata qualunque, in cui la realtà smette di essere un flusso coerente e diventa un mosaico di dettagli ipnotici o, al contrario, un rumore bianco insopportabile. Per decenni, abbiamo guardato al funzionamento umano attraverso la lente di una “norma” statistica, una sorta di libretto di istruzioni universale a cui tutti avrebbero dovuto attenersi. Chi non rientrava in quegli schemi veniva etichettato attraverso la sottrazione: una mancanza di attenzione, un deficit di socialità, un’assenza di filtro.

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Oggi, però, la prospettiva sta cambiando radicalmente. Il concetto di neurodiversità non suggerisce una riparazione, ma descrive una variazione naturale del genoma umano. Scoprirsi neurodivergenti in età adulta — che si tratti di spettro autistico, ADHD, dislessia o iperattività cognitiva — non è l’inizio di una patologia, ma la fine di un lungo esilio da se stessi. È il momento in cui i pezzi del puzzle, sparsi per anni, iniziano finalmente a incastrarsi.

Il rumore di fondo della “normalità”

Molte persone trascorrono la vita intera praticando, inconsciamente, il cosiddetto masking. Si tratta di un processo di mimetismo sociale estenuante, in cui l’individuo modella i propri comportamenti, il tono della voce e persino il contatto visivo per aderire alle aspettative esterne. Immaginate di dover recitare un copione in una lingua che non è la vostra, senza sosta, per sedici ore al giorno.

Chi vive questa condizione avverte spesso una stanchezza cronica che il riposo fisico non riesce a scalfire. Non è pigrizia, ma il costo energetico di un sistema operativo che lavora costantemente in emulazione per far girare programmi non nativi. Quando questo velo cade, la scoperta della propria neurodivergenza agisce come un set di lenti nuove: improvvisamente, le difficoltà di ieri non sono più colpe morali o pigrizia cronica, ma caratteristiche bio-meccaniche.

Segnali nel quotidiano: oltre lo stereotipo

Identificare la propria neurodivergenza richiede di guardare oltre le caricature mediatiche del “genio asociale” o del “bambino irrequieto”. La realtà è molto più sfumata e riguarda il modo in cui processiamo gli stimoli.

  • La sensorialità selettiva: Per un cervello neurodivergente, un’etichetta della maglietta o il ronzio di un frigorifero possono occupare lo stesso spazio cognitivo di una conversazione importante. Non c’è una gerarchia automatica degli stimoli.
  • L’iper-focus: La capacità di immergersi in un interesse specifico fino a perdere la cognizione del tempo e delle necessità fisiologiche. Non è semplice passione, è un’esigenza di coerenza cognitiva.
  • La gestione delle funzioni esecutive: La difficoltà paradossale nel compiere azioni semplici (come inviare una mail o lavare i piatti) a fronte di una grande facilità nel risolvere problemi complessi e astratti.

L’impatto profondo della consapevolezza

Perché è fondamentale parlarne ora? Perché la consapevolezza cambia la traiettoria della salute mentale. Gran parte dell’ansia e della depressione riscontrata negli adulti non diagnosticati non deriva dalla neurodivergenza in sé, ma dal trauma di essersi sentiti “sbagliati” per una vita intera.

Riconoscere che il proprio cervello cabla le informazioni in modo divergente permette di passare dalla gestione della colpa alla gestione dell’ambiente. Si smette di cercare di “guarire” e si inizia a costruire un ecosistema (lavorativo, affettivo, abitativo) che rispetti le proprie soglie di tolleranza e valorizzi i propri picchi di talento. Una persona con ADHD potrebbe non eccellere nella routine burocratica, ma possedere una velocità di pensiero laterale indispensabile in scenari di crisi. Un individuo autistico potrebbe trovare connessioni logiche che sfuggono alla massa, portando innovazione in settori altamente tecnici o creativi.

Uno scenario in evoluzione

Il futuro della nostra società dipende dalla capacità di integrare queste differenze. Le aziende più illuminate stanno già smettendo di cercare “giocatori di squadra” fotocopia, privilegiando invece team neuro-inclusivi dove la diversità di prospettiva è considerata un asset competitivo.

Tuttavia, il percorso verso una reale comprensione è appena iniziato. Restano aperte domande cruciali: come evolve la diagnosi nelle donne, storicamente escluse dai criteri di ricerca? Qual è il confine tra tratto caratteriale e neurotipo? E soprattutto, come possiamo costruire una società che non costringa nessuno a nascondere il proprio modo di sentire per essere accettato?

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Angela Gemito

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