Nel tessuto delle nostre conversazioni quotidiane, il richiamo al “buon senso” agisce spesso come l’ultima linea di difesa. È l’ancora di salvezza a cui ci aggrappiamo quando la complessità del mondo moderno sembra travolgerci. Lo invochiamo in politica, nell’educazione dei figli, persino nelle scelte economiche. Eppure, se provassimo a isolare questo concetto sotto la lente d’ingrandimento delle neuroscienze e della psicologia sociale, scopriremmo una realtà scomoda: il buon senso, inteso come facoltà universale e oggettiva, non esiste.

Ciò che definiamo comunemente come tale è, in realtà, un mosaico frammentato di pregiudizi cognitivi, eredità culturali e scorciatoie mentali che la biologia ha sviluppato per aiutarci a sopravvivere in un mondo che non esiste più.
L’illusione dell’evidenza condivisa
La prima crepa nella struttura del buon senso risiede nella sua pretesa universalità. Il presupposto è che esista un corpo di conoscenze così ovvio da non richiedere dimostrazione. Tuttavia, la ricerca psicologica ha evidenziato come le nostre intuizioni siano profondamente radicate nel contesto. Quello che un agricoltore del XVIII secolo considerava “ovvio” differisce radicalmente dalla logica di un programmatore di software contemporaneo.
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Il sociologo Duncan Watts, nel suo celebre lavoro sulla natura dei fenomeni sociali, spiega che il buon senso eccelle nello spiegare il mondo dopo che i fatti sono accaduti, ma fallisce miseramente nel prevederli. È la cosiddetta “distorsione del senno di poi”: una volta che conosciamo l’esito di un evento, ci sembra che quel risultato fosse l’unico logicamente possibile. La scienza ci dice che questa è un’illusione ottica della mente, un trucco narrativo che il nostro cervello mette in atto per sentirsi al sicuro in un universo caotico.
La biologia delle scorciatoie
Perché il nostro cervello ci inganna facendoci credere nell’esistenza di una saggezza innata? La risposta è nell’economia energetica. Pensare in modo analitico, vagliare i dati e sospendere il giudizio richiede un dispendio di glucosio e ossigeno elevatissimo. Il “buon senso” è il nome colloquiale che diamo alle euristiche, ovvero procedure mentali veloci che riducono i problemi complessi a giudizi semplici.
In un ambiente ancestrale, se sentivi un fruscio nell’erba alta, il buon senso ti suggeriva di scappare. Non era necessario un trattato di zoologia per capire il pericolo. Oggi, però, le sfide che affrontiamo — dal cambiamento climatico all’inflazione, dalle dinamiche dei mercati globali alla virologia — non sono risolvibili con l’intuizione immediata. Anzi, la nostra intuizione è spesso controintuitiva rispetto alla realtà scientifica.
Esempi di fallimento dell’intuizione
Prendiamo il caso del paradosso del compleanno o dei calcoli probabilistici elementari. Se chiedessimo a una platea mossa dal solo buon senso quante persone servono in una stanza per avere il 50% di probabilità che due di loro compiano gli anni lo stesso giorno, la maggior parte risponderebbe numeri altissimi. La matematica ci dice che ne bastano appena 23.
Allo stesso modo, il “senso comune” ci ha suggerito per secoli che la Terra fosse piatta (perché così appare camminandoci sopra) o che gli oggetti pesanti cadessero più velocemente di quelli leggeri. Sono stati necessari il metodo scientifico e la rottura deliberata con l’intuizione per scoprire la curvatura del pianeta e le leggi della gravitazione universale. Ogni grande progresso della conoscenza umana è nato dal momento esatto in cui qualcuno ha avuto il coraggio di dire: “Ciò che sembra ovvio è falso”.
L’impatto sulla società e sulle decisioni collettive
L’attaccamento spasmodico a questa facoltà fantasma ha conseguenze tangibili sulla nostra convivenza. Quando i decisori politici si affidano al “buon senso della casalinga” o del “padre di famiglia” per gestire sistemi macroeconomici, rischiano di ignorare variabili sistemiche invisibili all’occhio nudo.
Le dinamiche sociali sono “emergenti”: il comportamento di un gruppo non è semplicemente la somma dei comportamenti dei singoli. Qui il buon senso fallisce sistematicamente perché tende a proiettare le intenzioni individuali su fenomeni collettivi complessi. La scienza del comportamento dimostra che le persone possono agire in modo perfettamente logico a livello individuale, producendo però un risultato collettivo disastroso (come nelle corse agli sportelli bancari o negli ingorghi stradali).
Verso un nuovo paradigma di pensiero
Se accettiamo che il buon senso è un mito, cosa resta? La prospettiva futura non è quella di un nichilismo intellettuale, ma di una umiltà cognitiva. Riconoscere che le nostre intuizioni sono strumenti limitati ci permette di abbracciare metodi di analisi più rigorosi.

Il futuro appartiene a chi saprà navigare l’incertezza senza cercare rifugio nelle verità preconfezionate. Le macchine e l’intelligenza artificiale, paradossalmente, sono prive di buon senso, ed è proprio questa loro “cecità” verso l’ovvio che permette loro di individuare pattern e correlazioni che l’occhio umano ignora perché “illogiche”.
La sfida del prossimo decennio sarà imparare a distinguere quando fidarci della nostra pancia e quando, invece, sospettare delle nostre certezze più radicate. La realtà non è tenuta a essere intuitiva, né a conformarsi a ciò che noi riteniamo ragionevole.
L’indagine su come i nostri processi mentali costruiscono la realtà che ci circonda rivela quanto sia profondo il divario tra la percezione e la verità oggettiva. Comprendere i meccanismi che regolano le nostre decisioni collettive e individuali richiede un’analisi che va ben oltre la superficie delle opinioni comuni, addentrandosi nei territori affascinanti della psicologia cognitiva e della teoria dei sistemi.
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!




