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L’ombra nel Giardino: Il mito di Lilith e l’origine del femminile negato

Angela Gemito Feb 27, 2026

Esiste un vuoto, un’intercapedine tra le righe della Genesi, che per secoli ha alimentato interrogativi rimasti senza risposta ufficiale. Se leggiamo con attenzione il primo libro della Bibbia, ci accorgiamo di una discrepanza narrativa che non è sfuggita agli esegeti medievali né agli studiosi moderni: la creazione dell’essere umano viene descritta due volte, in modi sottilmente differenti. È in questo scarto testuale che prende forma l’ombra di Lilith, la figura che la tradizione rabbinica identifica come la vera prima moglie di Adamo, creata non dalla costola, ma dalla stessa terra del primo uomo.

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Lilith non è semplicemente un personaggio mitologico; è un archetipo potente che sfida l’ordine costituito fin dall’alba dei tempi. Mentre la figura di Eva incarna la maternità e la sottomissione (essendo “parte” dell’uomo), Lilith rappresenta l’uguaglianza originaria e, di conseguenza, il conflitto che ne deriva quando tale uguaglianza viene negata.

Le radici del mito: Dalla polvere alla rivolta

La genesi di Lilith non si trova nei testi canonici approvati dai concili cristiani, ma affonda le radici nel folklore ebraico antico, trovando la sua codificazione più celebre nell’Alfabeto di Ben Sira, un testo databile tra l’VIII e il X secolo. La narrazione è folgorante: Adamo e Lilith iniziano a litigare quasi immediatamente. La disputa non riguarda questioni banali, ma la gerarchia stessa dell’unione. Lilith rifiuta di occupare una posizione subordinata, sostenendo un principio di equità assoluta: “Siamo stati creati entrambi dalla terra, siamo uguali”.

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Davanti all’irremovibilità di Adamo, Lilith compie l’atto supremo di ribellione: pronuncia il nome impronunciabile di Dio e vola via dall’Eden, rifugiandosi nelle zone desertiche del Mar Rosso. Qui, secondo la leggenda, la sua figura subisce una metamorfosi drastica. Da prima donna si trasforma in demone, madre di una stirpe di spiriti notturni, condannata a vedere morire i propri figli come punizione per la sua fuga.

L’evoluzione iconografica: Da madre a mostro

È interessante osservare come la percezione di Lilith sia mutata attraverso i millenni. Nelle antiche civiltà mesopotamiche, figure simili come la Lilitu sumera erano spiriti del vento o demoni legati alle tempeste e alla sterilità. Il mito ebraico ha assorbito queste influenze, stratificandole su una base morale e teologica.

Per secoli, Lilith è stata utilizzata come uno spauracchio, un monito contro la disobbedienza femminile. È diventata la “ladra di bambini”, la tentatrice notturna che tormentava gli uomini nel sonno. Questa demonizzazione è un processo sociologico classico: ciò che non può essere controllato o integrato nel sistema patriarcale deve essere necessariamente trasformato in mostruoso. Tuttavia, questa immagine oscura non è riuscita a cancellare il fascino magnetico di una donna che ha preferito l’esilio e la solitudine alla sottomissione nel paradiso.

Il riflesso nell’arte e nella letteratura

L’impatto culturale di Lilith è vasto quanto la sua leggenda. Pittori come Dante Gabriel Rossetti l’hanno ritratta come una bellezza letale, una femme fatale dai capelli rossi che incarna il desiderio e il pericolo. Nella letteratura, la sua figura emerge come simbolo di una conoscenza proibita, una verità che si nasconde nelle pieghe del tempo.

Pensiamo al contrasto visivo: Eva è spesso ritratta con lo sguardo rivolto verso l’alto o verso Adamo, in un gesto di accettazione o di colpa. Lilith, al contrario, ha uno sguardo che sfida l’osservatore, una consapevolezza di sé che precede la nozione stessa di peccato originale. Ella non mangia il frutto della conoscenza; ella è la conoscenza del fatto che l’ordine delle cose può essere messo in discussione.

Una nuova lettura: L’archetipo della libertà

Negli ultimi decenni, la figura di Lilith ha vissuto una straordinaria riabilitazione. Da demone delle tenebre è diventata un’icona del femminismo e della ricerca di identità. La sua storia parla a chiunque si senta stretto in ruoli prefissati, a chi percepisce che la propria natura non possa essere ridotta a un’appendice di qualcun altro.

Ma Lilith non è solo un simbolo di genere. Rappresenta la parte selvaggia e indomita dell’animo umano, quella componente che rifiuta il compromesso a costo della propria tranquillità. La sua presenza nel folklore ci ricorda che ogni sistema ordinato (l’Eden) ha una zona d’ombra, un elemento rimosso che continua a bussare alle porte della nostra coscienza.

L’impatto psicologico e sociale

Perché oggi siamo ancora così affascinati da una figura “cancellata” migliaia di anni fa? Forse perché Lilith incarna il dilemma moderno tra appartenenza e autenticità. Scegliere di restare nell’Eden significava sicurezza, ma al prezzo dell’identità. Scegliere il deserto significava libertà, ma al prezzo dell’esclusione.

Questo dualismo risuona fortemente nella nostra epoca, dove il confine tra ciò che siamo e ciò che la società si aspetta da noi è sempre più sfumato. Lilith ci insegna che la definizione di “giusto” o “sbagliato” è spesso scritta da chi detiene il potere della narrazione, e che esistere al di fuori di quegli schemi ha un costo altissimo, ma necessario per chi cerca la propria verità.

Verso un orizzonte sconosciuto

Il viaggio di Lilith non si conclude con la sua fuga dal paradiso. La sua figura continua a evolversi, infiltrandosi nella cultura pop, nei saggi di psicologia analitica e nelle nuove forme di spiritualità. Non è più la moglie dimenticata, ma la protagonista di una contro-narrazione che chiede di essere ascoltata.

Qual è il vero significato del suo rifiuto? E come sarebbe cambiata la storia dell’umanità se Adamo avesse accettato l’uguaglianza invece di pretendere il dominio? Sono domande che scuotono le fondamenta della nostra struttura culturale e che aprono scenari interpretativi vastissimi.

La complessità di Lilith risiede proprio in questa sua natura inafferrabile: è vittima, ribelle, demone e dea. Esplorare la sua storia significa intraprendere un percorso attraverso i secoli, decifrando testi antichi e interpretando simboli nascosti, per scoprire che l’ombra dell’Eden è, forse, più luminosa di quanto ci abbiano raccontato.

L’analisi di questa figura millenaria rivela dettagli che vanno ben oltre la semplice leggenda, toccando punti nevralgici della teologia e della storia delle religioni che meritano un esame ancora più profondo e meticoloso.

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Angela Gemito

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