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Sbadiglio contagioso? La scienza svela il perchè

Angela Gemito Feb 7, 2026

Lo facciamo prima di nascere, nel grembo materno, e continuiamo a farlo fino all’ultimo giorno di vita. È un atto involontario, contagioso e apparentemente privo di uno scopo pratico immediato. Eppure, lo sbadiglio rimane uno dei misteri biologici più affascinanti della fisiologia umana. Per decenni ci è stato detto che sbadigliamo per “incamerare più ossigeno”, ma la ricerca moderna ha smentito questa teoria, aprendo la strada a scoperte che legano questo gesto alla termoregolazione cerebrale e alla coesione sociale.

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Capire perché sbadigliamo significa immergersi in un viaggio che attraversa l’evoluzione dei vertebrati, la neurologia e la psicologia comportamentale. Non è solo un segno di noia o stanchezza; è un sofisticato meccanismo di “manutenzione” del nostro computer biologico.

Oltre il mito dell’ossigeno

La spiegazione più comune — quella secondo cui lo sbadiglio servirebbe a rifornire il sangue di ossigeno e ad espellere l’anidride carbonica in eccesso — è stata ufficialmente accantonata. Studi condotti già alla fine degli anni ’80 hanno dimostrato che respirare aria con alti livelli di $CO_{2}$ o bassi livelli di $O_{2}$ non aumenta la frequenza degli sbadigli.

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Se non è una questione di chimica del sangue, cos’è? La teoria attualmente più accreditata nella comunità scientifica è quella del raffreddamento cerebrale. Il nostro cervello è un organo che consuma un’enorme quantità di energia e, di conseguenza, produce calore. Per funzionare in modo ottimale, deve mantenere una temperatura costante.

Il radiatore del cervello

Immaginiamo lo sbadiglio come il sistema di ventilazione di un laptop che si attiva quando il processore scotta. Durante uno sbadiglio profondo, le pareti del seno mascellare si espandono e si contraggono, agendo come una pompa che spinge l’aria verso le cavità craniche. Questo movimento favorisce l’evaporazione dei fluidi nelle mucose nasali, raffreddando il sangue che scorre verso il cervello.

Questo spiega perché tendiamo a sbadigliare di più quando siamo stanchi o annoiati: in quegli stati, la temperatura cerebrale tende a salire. Lo sbadiglio sarebbe quindi un tentativo del corpo di riportare il cervello a uno stato di allerta e vigilanza, migliorando le prestazioni cognitive proprio quando iniziano a calare.

Un segnale sociale scolpito nell’evoluzione

C’è però un aspetto dello sbadiglio che la termodinamica non può spiegare da sola: la sua incredibile contagiosità. Perché basta vedere qualcuno sbadigliare, o persino leggere la parola “sbadiglio”, per sentire l’impulso di farlo a nostra volta?

Qui la biologia incontra la sociologia. La ricerca suggerisce che lo sbadiglio contagioso sia un’acquisizione evolutiva recente, legata alla capacità di provare empatia. Non tutti gli animali sbadigliano per “contagio”: è un comportamento osservato principalmente negli esseri umani, negli scimpanzé, nei bonobo e, curiosamente, nei cani (spesso in risposta allo sbadiglio del padrone).

Gli scienziati hanno osservato che l’attivazione dei neuroni specchio gioca un ruolo fondamentale. Sbadigliare insieme potrebbe essere stato, per i nostri antenati, un modo per sincronizzare lo stato di allerta del gruppo. Se un membro del branco sbadiglia per rinfrescare il cervello e restare vigile, il resto del gruppo lo segue per assicurarsi che tutti siano pronti a reagire a un eventuale pericolo.

Quando lo sbadiglio diventa un sintomo

Sebbene sbadigliare sia un atto perfettamente normale (la media è di circa 5-20 volte al giorno), una frequenza eccessiva può essere la spia di qualcosa di diverso. In ambito clinico, lo sbadiglio patologico è stato associato a diverse condizioni:

  • Disturbi del sonno: Non solo l’ovvia privazione del sonno, ma anche le apnee notturne che frammentano il riposo.
  • Emicrania: Molti pazienti riferiscono sbadigli frequenti nelle ore che precedono un attacco acuto.
  • Sclerosi Multipla: In alcuni casi, lo sbadiglio eccessivo è legato a una disfunzione della regolazione termica del corpo tipica della patologia.
  • Effetti collaterali dei farmaci: Alcuni antidepressivi influenzano i livelli di dopamina e serotonina, neurotrasmettitori che regolano anche il riflesso dello sbadiglio.

Lo scenario futuro: lo sbadiglio come strumento diagnostico

La frontiera della ricerca si sta spostando verso l’uso dello sbadiglio come indicatore della salute neurologica. Se confermato come meccanismo di termoregolazione, il monitoraggio della frequenza degli sbadigli potrebbe diventare un metodo non invasivo per valutare lo stress termico del cervello in pazienti con traumi cranici o malattie neurodegenerative.

Inoltre, lo studio del “contagio” continua a fornire dati preziosi sulla comprensione dei disturbi dello spettro autistico e della schizofrenia, dove la risposta allo sbadiglio altrui risulta spesso attenuata, offrendo nuovi spunti sulla natura dei legami sociali e della comunicazione non verbale.

Un mistero ancora in parte irrisolto

Nonostante i passi avanti, restano domande aperte. Perché i feti sbadigliano nel liquido amniotico, dove il raffreddamento per evaporazione non è possibile? Perché alcuni sbadigli durano più di altri?

Ciò che è certo è che questo gesto, così spesso deriso o considerato maleducato, è in realtà una sofisticata interazione tra il nostro corpo e l’ambiente circostante. Un promemoria silenzioso della nostra eredità biologica e della profonda connessione che ci lega agli altri.

La prossima volta che sentirete la mascella spalancarsi involontariamente, non pensate solo alla stanchezza. Il vostro cervello sta semplicemente cercando di “riavviarsi” per offrirvi il meglio delle sue prestazioni.

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Angela Gemito

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