Siamo seduti a pochi centimetri di distanza, eppure non siamo mai stati così lontani. In un ristorante affollato, in un salotto silenzioso o sotto le lenzuola prima di dormire, si consuma un rito collettivo che sta trasformando radicalmente il tessuto delle nostre relazioni affettive. Ha un nome che suona quasi innocuo, un neologismo nato dalla fusione tra phone (telefono) e snubbing (snobbare), ma le sue implicazioni sono tutt’altro che leggere: il Phubbing.

Non si tratta di una semplice distrazione tecnologica. È un atto di esclusione sociale che avviene nel luogo che dovrebbe essere il più sicuro: la coppia. Quando scegliamo di scorrere un feed infinito o rispondere a una notifica non urgente mentre il nostro partner ci sta parlando, stiamo inviando un segnale potente e doloroso: “Quello che accade dentro questo schermo è più importante di te”.
L’anatomia di un gesto invisibile
Il phubbing non nasce dalla cattiveria, ma da una nuova forma di condizionamento neurologico. Ogni notifica è un piccolo picco di dopamina, una promessa di novità che il cervello fatica a ignorare. Tuttavia, dal punto di vista di chi subisce il gesto, l’effetto è paragonabile a un micro-rifiuto. Studi recenti di psicologia sociale hanno dimostrato che essere ignorati a favore di uno smartphone attiva le stesse aree cerebrali legate al dolore fisico.
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Il paradosso è evidente: utilizziamo i social media per sentirci connessi al mondo, ma finiamo per disconnetterci dalle persone che danno un senso al nostro mondo privato. In una relazione, la comunicazione non è fatta solo di parole, ma di sguardi, di micro-espressioni e di quella che i sociologi chiamano “attenzione congiunta”. Il phubbing rompe questo flusso, creando un muro di vetro che separa i partner anche se i loro corpi sono vicini.
Dalla distrazione al conflitto: le fasi del declino
L’impatto del phubbing sulla soddisfazione relazionale segue un percorso subdolo. Inizialmente, viene percepito come un fastidio minore, una cattiva abitudine da correggere. Con il tempo, però, il partner “fubbato” inizia a provare un senso di inadeguatezza. Se il telefono vince costantemente la battaglia per l’attenzione, la domanda implicita diventa: “Sono ancora interessante? Sono ancora una priorità?”.
Questo circolo vizioso alimenta spesso quello che gli esperti definiscono “phubbing di ritorsione”: per lenire il senso di esclusione, anche il partner trascurato si rifugia nel proprio dispositivo, creando una bolla di isolamento reciproco. La conversazione si spegne, i conflitti rimangono latenti e l’intimità emotiva viene sostituita da una coabitazione digitale.
Casi concreti: quando lo schermo diventa il “terzo incomodo”
Immaginiamo una scena comune: una coppia decide di cenare fuori per festeggiare un traguardo. Non appena arriva l’antipasto, uno dei due estrae lo smartphone per scattare una foto o controllare un messaggio di lavoro. Quel gesto, apparentemente innocuo, interrompe il “climax” emotivo del momento. La narrazione della serata non appartiene più alla coppia, ma viene proiettata verso un pubblico esterno, mentre il partner presente svanisce sullo sfondo.
Oppure pensiamo al fenomeno del technoference (interferenza tecnologica) nelle decisioni quotidiane. Quando discutere del colore delle pareti o dell’educazione dei figli viene interrotto dal suono di una mail, il peso decisionale si frammenta. La qualità della presenza viene sacrificata sull’altare della reperibilità costante.

Le ripercussioni psicologiche e il benessere mentale
Non è solo la relazione a soffrire, ma l’individuo stesso. Le coppie con alti tassi di phubbing riportano livelli più elevati di depressione e ansia. La sensazione di non essere “visti” mina l’autostima e riduce la resilienza emotiva. Inoltre, la costante esposizione a stimoli digitali durante i momenti di coppia impedisce il “tempo del vuoto”, quella noia condivisa che è spesso il terreno fertile per la creatività e la progettualità comune.
Uno scenario futuro: verso un’ecologia della presenza
Il dibattito sul phubbing ci porta a una riflessione più ampia sul futuro della nostra società. Stiamo andando verso un modello di interazione “ibrida” dove la presenza fisica non garantisce più l’attenzione? Se non impariamo a gestire i confini digitali, rischiamo di perdere la capacità di ascolto profondo, quella che richiede tempo, pazienza e assenza di distrazioni.
Tuttavia, sta emergendo una nuova consapevolezza. Molte coppie stanno riscoprendo il valore delle “zone libere da tecnologia” o dei rituali di disconnessione programmata. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, che resta uno strumento straordinario di conoscenza, ma di riappropriarsi della sovranità sul proprio tempo e sul proprio sguardo.
Oltre lo schermo: la necessità di un nuovo patto
Riconoscere il phubbing è il primo passo per disinnescarlo. Spesso non ci rendiamo conto di quanto spazio stiamo sottraendo alle persone care. La sfida dei prossimi anni sarà quella di ridefinire il concetto di “presenza” in un mondo iper-connesso. La qualità di una relazione non si misura solo dalla durata, ma dalla profondità dell’attenzione che siamo disposti a donare.
Mentre leggiamo queste righe, forse abbiamo un dispositivo tra le mani. Forse qualcuno, vicino a noi, sta aspettando un nostro sguardo. La vera connessione, quella che nutre l’anima e cementa i legami, non ha bisogno di Wi-Fi, ma di un impegno consapevole a restare, davvero, nel qui e ora.
La comprensione delle dinamiche psicologiche dietro questo fenomeno è solo la superficie di un cambiamento sociale molto più profondo che merita un’analisi attenta delle nostre abitudini quotidiane.
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!




