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La biologia maschile fatica ad ammettere gli errori

Angela Gemito Feb 24, 2026

L’Ego sotto la lente: perché l’errore è un tabù per l’universo maschile?

Esiste un’immagine quasi mitologica che attraversa le culture, le generazioni e le dinamiche di coppia: quella dell’uomo che, di fronte all’evidenza di una strada sbagliata, di un dato errato o di un comportamento ferente, sceglie il silenzio o la difesa a oltranza piuttosto che pronunciare le fatidiche parole: “Ho sbagliato”. Ma questa riluttanza è davvero un tratto caratteriale immutabile o siamo di fronte a un meccanismo psicologico e sociale molto più stratificato?

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La domanda non è banale. Non si tratta solo di testardaggine domestica. Il rifiuto di ammettere il torto influenza le dinamiche di potere nelle aziende, la stabilità delle relazioni sentimentali e persino l’evoluzione delle carriere politiche. Indagare le radici di questo fenomeno significa scavare sotto la superficie di quella che chiamiamo “mascolinità”, per scoprire che il problema spesso non risiede nella mancanza di umiltà, ma in una vera e propria crisi di identità.

Il peso della vulnerabilità percepita

Per molti uomini, ammettere un errore non significa semplicemente riconoscere un fatto impreciso. Significa esporre una crepa nell’armatura. Sin dall’infanzia, gran parte della socializzazione maschile è costruita attorno al pilastro della competenza e della forza. In questo contesto, l’errore viene interpretato come una perdita di status.

Quando un uomo si trova di fronte alla prova del proprio sbaglio, il suo cervello non processa l’informazione in modo puramente logico. Si attiva spesso un meccanismo di difesa legato alla minaccia dell’identità. Se la mia autostima è legata all’essere “colui che sa”, “colui che risolve” o “colui che guida”, ammettere un fallimento equivale a dichiararsi inadeguato al ruolo che la società (e lui stesso) gli ha assegnato. Non è una mancanza di onestà intellettuale, ma un istinto di conservazione del Sé.

Neuroscienze e ormoni: esiste una base biologica?

Le ricerche nell’ambito delle neuroscienze suggeriscono che il testosterone possa giocare un ruolo nel modo in cui gestiamo il dissenso. Livelli elevati di questo ormone sono stati associati a una maggiore fiducia nelle proprie intuizioni e a una minore propensione a riconsiderare le proprie decisioni sulla base di feedback esterni. Questo non giustifica il comportamento, ma spiega perché la sensazione di “avere ragione” possa essere vissuta con un’intensità quasi viscerale.

Inoltre, la psicologia sociale ha evidenziato il fenomeno della dissonanza cognitiva. Quando le azioni di una persona contrastano con l’immagine positiva che ha di sé, la mente cerca di eliminare il disagio non cambiando l’azione (ammettendo il torto), ma distorcendo la realtà (giustificando l’errore). Per l’uomo, questa distorsione diventa spesso un rifugio sicuro per evitare il dolore della svalutazione sociale.

Il costo dell’infallibilità apparente

Le conseguenze di questa dinamica sono visibili ogni giorno. Nelle organizzazioni, un leader che non ammette mai il torto soffoca l’innovazione. Se il vertice è impermeabile al dubbio, i collaboratori smettono di proporre soluzioni alternative, temendo la ritorsione o il muro di gomma dell’ostinazione.

Nelle relazioni private, il rifiuto di fare marcia indietro logora la fiducia. Ammettere un errore è l’atto supremo di apertura verso l’altro; è il gesto che dice: “La nostra relazione è più importante della mia immagine”. Quando questo manca, si crea una distanza emotiva che, col tempo, diventa incolmabile. Spesso, dietro un “non ho torto” si cela il timore che, una volta ammesso il primo errore, l’intera impalcatura del rispetto ricevuto possa crollare.

Esempi concreti: dalla guida alla gestione delle crisi

Prendiamo l’esempio classico della guida. Prima dell’era dei GPS, l’uomo che rifiutava di chiedere indicazioni era un cliché universale. Oggi quel comportamento si è trasferito nella gestione dei dati o nelle discussioni tecniche. Non è il timore di essersi persi a bloccare l’uomo, ma il timore di apparire “perso”.

Un altro esempio emblematico si trova nelle scuse pubbliche. Analizzando le dichiarazioni di figure maschili di spicco dopo uno scandalo o un fallimento progettuale, si nota spesso l’uso del passivo: “Sono stati commessi degli errori”, invece del diretto “Ho sbagliato”. Questa distanza linguistica è il tentativo estremo di mantenere intatta l’autorità mentre si riconosce il disastro.

Lo scenario futuro: verso una nuova leadership

Fortunatamente, i paradigmi stanno cambiando. Le nuove generazioni di uomini stanno iniziando a metabolizzare un concetto diverso di forza: la resilienza psicologica. Ammettere un errore sta diventando, in certi contesti d’avanguardia, un segno di estrema sicurezza di sé. Solo chi è davvero solido nella propria identità può permettersi il lusso di essere fallibile.

Il futuro della mascolinità sembra muoversi verso l’integrazione della vulnerabilità come competenza comunicativa. Le aziende più innovative oggi cercano leader “umili”, capaci di correggere la rotta velocemente. In questo scenario, l’ostinazione non è più vista come virile fermezza, ma come fragilità mascherata.

La domanda che resta aperta

Se ammettere il torto è così faticoso, cosa guadagna davvero l’uomo che sceglie la via della negazione? Forse una vittoria momentanea nel dibattito, ma a quale prezzo in termini di crescita personale e connessione umana? La sfida non è eliminare l’errore — missione impossibile per ogni essere umano — ma cambiare il modo in cui lo guardiamo: non come una macchia, ma come una bussola che indica la direzione del miglioramento.

Resta da capire quanto di questo comportamento sia radicato nel nostro sistema educativo e quanto spazio siamo disposti a concedere, come società, a un uomo che sceglie di dire: “Non lo so, ho sbagliato, ricominciamo”.

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Angela Gemito

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