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La scienza ha dovuto riscattare la vera origine di Stonehenge

Angela Gemito Feb 24, 2026

Per millenni, Stonehenge è rimasto immobile nella piana di Salisbury, sfidando il tempo, le intemperie e, soprattutto, la logica umana. Come ha fatto una civiltà priva di ruote, pulegge e metalli pesanti a erigere un monumento che sembra sfidare le leggi della logistica antica? Per decenni ci siamo accontentati di teorie suggestive: interventi mistici, leggende legate a Merlino o, più pragmaticamente, l’azione dei ghiacciai. Tuttavia, la geologia moderna ha appena consegnato alla storia una verità molto più complessa e affascinante.

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L’identità minerale: il DNA della roccia

Il mistero di Stonehenge non riguarda solo la sua funzione — astronomica, rituale o funeraria che fosse — ma la sua stessa materia prima. Il sito è composto da due tipologie principali di roccia: i grandi blocchi di Sarsen (arenaria locale) e le più piccole, ma non meno imponenti, Pietre Blu. Se per le prime la provenienza è stata rintracciata a breve distanza, nelle vicine zone di West Woods, sono le seconde ad aver tolto il sonno agli archeologi per oltre un secolo.

Le analisi petrografiche e la spettrometria a fluorescenza di raggi X hanno permesso di mappare la composizione chimica di questi frammenti con una precisione chirurgica. Il risultato è inequivocabile: queste pietre non appartengono al Wiltshire. Il loro “luogo di nascita” si trova a circa 225-250 chilometri di distanza, precisamente nelle Preseli Hills, nel Pembrokeshire, nel Galles occidentale.

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Il tracciamento delle cave perdute

Non si tratta di una zona generica. I ricercatori hanno identificato i punti esatti di estrazione: gli affioramenti di Carn Goedog e Craig Rhos-y-felin. Qui, la natura ha creato formazioni colonnari di dolerite e riolite che sembrano quasi pre-tagliate, pronte per essere estratte.

Ciò che rende la scoperta sbalorditiva non è solo la distanza, ma la testimonianza dell’attività umana rinvenuta sul posto. Sono stati trovati cunei di pietra, tracce di percorsi di trasporto e piattaforme di carico che risalgono al 3400 a.C. Questo dettaglio sposta la cronologia del monumento: le pietre potrebbero essere state estratte secoli prima di essere effettivamente erette a Stonehenge. Questo solleva un interrogativo cruciale: le pietre facevano parte di un monumento precedente in Galles, poi smantellato e trasferito?

Una logistica dell’impossibile

Immaginiamo il Neolitico. Il territorio britannico è coperto da foreste fitte, paludi e rilievi scoscesi. Trasportare monoliti che pesano dalle due alle quattro tonnellate per una distanza che oggi copriremmo in tre ore di auto era un’impresa titanica.

Le teorie del passato ipotizzavano un trasporto via mare, lungo la costa del Galles e risalendo il fiume Avon. Tuttavia, gli studi più recenti suggeriscono una via terrestre. Un immenso sforzo collettivo che ha visto decine di uomini trascinare slitte di legno su rulli, attraversando valli e colline. Questo non era solo un lavoro di fatica; era un atto di devozione politica o spirituale. Muovere quelle pietre significava unire popolazioni diverse sotto un unico progetto, creando un legame fisico tra la terra ancestrale (il Galles) e il nuovo centro di potere (Salisbury).

Perché proprio quelle pietre?

La domanda che sorge spontanea è: perché? Perché affrontare un calvario logistico simile quando il sud dell’Inghilterra abbonda di rocce altrettanto resistenti? La risposta risiede nel valore simbolico. Per le popolazioni neolitiche, le “Pietre Blu” possedevano probabilmente proprietà curative o un legame profondo con gli antenati. Non erano semplici materiali edili; erano reliquie. Estrarle e portarle con sé equivaleva a trasferire l’anima stessa di un luogo sacro.

L’impatto sulla nostra visione del passato

Questa scoperta demolisce l’idea di un’umanità preistorica isolata e primitiva. Ci restituisce l’immagine di una società altamente organizzata, capace di pianificazione a lungo termine e dotata di una conoscenza territoriale sbalorditiva. La precisione con cui sono state selezionate le cave indica che gli antichi abitanti della Gran Bretagna possedevano una sorta di “mappa minerale” mentale del loro mondo.

L’identificazione della provenienza esatta delle pietre cambia anche il modo in cui interpretiamo i flussi migratori. Stonehenge non è un monumento isolato, ma il punto d’arrivo di una vasta rete culturale che collegava le estremità dell’isola.

Uno scenario in continua evoluzione

Mentre la geologia risponde al “da dove”, l’archeologia sta ancora lottando con il “quando” esatto e il “come” finale. Le recenti scansioni del sottosuolo intorno al sito hanno rivelato che Stonehenge era circondato da una miriade di altri monumenti minori, cappelle e fossati, molti dei quali ancora sepolti.

Le Pietre Blu del Galles sono solo un tassello. Nuovi scavi nelle Preseli Hills suggeriscono che Stonehenge potrebbe essere un monumento “di seconda mano”, il risultato del trasferimento di un intero cerchio di pietre cerimoniale che originariamente sorgeva a Waun Mawn. Se questa ipotesi venisse confermata integralmente, Stonehenge diventerebbe il simbolo di una delle più grandi migrazioni culturali della storia umana.

Verso una nuova comprensione

Oggi, guardando quei monoliti grigi e bluastri, non vediamo più solo dei massi inerti, ma viaggiatori millenari che hanno attraversato l’isola per raccontarci la loro storia. La scienza continua a scavare, letteralmente e metaforicamente, tra le fessure della roccia, rivelando che sotto la superficie del visibile si nascondono rotte commerciali e alleanze tribali che non avremmo mai osato immaginare.

Il mistero di Stonehenge non si è esaurito con la scoperta della sua origine gallese; al contrario, ha appena aperto un nuovo capitolo sulla complessità dell’animo umano e sulla sua eterna ricerca di lasciare un segno eterno nel paesaggio.

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Angela Gemito

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