Nel palmo della nostra mano portiamo un dispositivo che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Lo smartphone non è solo uno strumento di comunicazione, ma un archivio vivente di spostamenti, preferenze, relazioni e dati biometrici. Eppure, nonostante la crescente sensibilità verso la privacy online, esiste un “punto cieco” tecnologico che quasi nessuno controlla. Si tratta di un’impostazione, spesso attiva di default, che agisce come un faro costante, segnalando la nostra presenza e la disponibilità dei nostri dati a chiunque si trovi nel raggio di pochi metri.
Non parliamo di hackeraggi sofisticati o di malware complessi, ma di una funzione nativa pensata per la comodità dell’utente: la scansione continua per i dispositivi nelle vicinanze. Che si chiami Nearby Share (ora parte di Quick Share), AirDrop o Servizi di localizzazione di prossimità, il principio è il medesimo: il telefono “urla” silenziosamente la propria esistenza per rendere immediato lo scambio di file o la connessione a accessori. Ma a quale prezzo?

Il paradosso della comodità
Il design moderno delle interfacce (UX) si basa su un principio cardine: ridurre l’attrito. Vogliamo che le nostre cuffie si colleghino istantaneamente, che le foto passino da un telefono all’altro con un tocco e che la domotica ci riconosca non appena varchiamo la soglia di casa. Per permettere questa magia tecnologica, lo smartphone deve mantenere attivi protocolli di comunicazione a corto raggio come il Bluetooth Low Energy (BLE) e il Wi-Fi Direct.
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Il problema sorge quando questa disponibilità diventa indiscriminata. Quando l’impostazione è configurata su “Visibile a tutti” (o rimane attiva in background anche quando non serve), il dispositivo trasmette pacchetti di dati chiamati advertising packets. Questi segnali non contengono solo un codice identificativo, ma possono rivelare il nome del proprietario (ad esempio, “iPhone di Mario Rossi”), l’indirizzo MAC del dispositivo e persino lo stato della batteria o la rete a cui si è connessi.
La sorveglianza di prossimità: come funziona il rischio
Immaginiamo di trovarci in un bar, in un aeroporto o su un mezzo pubblico. Un malintenzionato dotato di un semplice software di sniffing — disponibile gratuitamente per chiunque abbia minime competenze tecniche — può “ascoltare” questi segnali. Senza mai toccare fisicamente il nostro telefono, può mappare i nostri spostamenti all’interno di un edificio o, peggio, tentare attacchi di bluejacking o invio di file non richiesti che sfruttano vulnerabilità del sistema operativo.
La criticità maggiore risiede nella natura persistente di questa funzione. Molti utenti attivano la condivisione per scambiare un documento con un collega e dimenticano di disattivarla o di riportarla sulla modalità “Solo contatti”. In quel momento, il telefono smette di essere una cassaforte privata e diventa un dispositivo di broadcasting. I dati sensibili non vengono “rubati” nel senso tradizionale del termine; vengono regalati attraverso una porta lasciata aperta per pura comodità.
Oltre il furto di dati: l’impatto psicologico e sociale
La questione non riguarda solo la sicurezza informatica in senso stretto, ma tocca la sfera della libertà individuale. Sapere che il proprio dispositivo può essere tracciato da sensori di terze parti (come quelli installati in molti centri commerciali per monitorare i flussi di clienti) cambia il nostro rapporto con lo spazio pubblico. La “sorveglianza di prossimità” trasforma ogni cittadino in un punto su una mappa, spesso a sua insaputa.
La raccolta di questi metadati permette di profilare l’utente con una precisione inquietante: quanto tempo passi in un determinato negozio? Con quali altri dispositivi entri in contatto frequente? Queste informazioni, incrociate con i dati di navigazione, creano un identikit commerciale e comportamentale di valore inestimabile per i broker di dati, il tutto partendo da un semplice pulsante rimasto attivo “ON”.
Uno scenario in evoluzione: tra sicurezza e innovazione
Le aziende produttrici, come Apple e Google, hanno fatto passi avanti significativi. Recentemente sono stati introdotti limiti temporali alla visibilità pubblica (che torna automaticamente a “Solo contatti” dopo 10 minuti). Tuttavia, il rischio non è azzerato. Con l’avvento dell’Internet delle Cose (IoT) e dei nuovi standard di comunicazione ultra-wideband, la precisione con cui un dispositivo può essere localizzato nello spazio è scesa a pochi centimetri.
Il futuro ci pone davanti a un bivio: accettare una trasparenza totale in nome di un’efficienza digitale assoluta, o rivendicare il diritto all’invisibilità. La consapevolezza dell’utente rimane l’unico vero firewall efficace. Imparare a gestire le impostazioni di connettività non è un atto di paranoia, ma un esercizio di igiene digitale necessario in un mondo sempre più interconnesso.
Riflessioni per una navigazione consapevole
Proteggere i propri dati non significa rinunciare alla tecnologia, ma imparare a governarla. Esplorare le pieghe delle impostazioni di sistema, comprendere cosa accade dietro le quinte di una funzione di condivisione e decidere consapevolmente quando essere “visibili” e quando invece restare nel “silenzio radio” è il primo passo per una cittadinanza digitale matura.
La domanda che rimane aperta non è se la tecnologia sia sicura, ma quanto siamo disposti a conoscere del funzionamento degli strumenti che portiamo in tasca ogni giorno. Esistono protocolli meno noti e procedure specifiche per blindare il proprio smartphone senza perdere le sue funzionalità principali, dettagli che ridefiniscono il confine tra utilità e vulnerabilità.
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!




