Il silenzio del vuoto cosmico non è l’unico elemento che avvolge gli astronauti una volta lasciata l’atmosfera terrestre. Oltre la linea di Kármán, il corpo umano smette di essere ciò che conosciamo e inizia una metamorfosi silenziosa, guidata dalla microgravità e dal bombardamento costante di radiazioni ionizzanti. Per decenni, la NASA ha studiato gli effetti fisiologici del volo spaziale, ma è stato solo con il NASA Twins Study che abbiamo ottenuto una mappa genetica del nostro destino tra le stelle.

Al centro di questa epopea scientifica ci sono due uomini, Scott e Mark Kelly. Gemelli identici, entrambi astronauti, entrambi veterani del volo. Ma con una differenza fondamentale: mentre Mark restava a terra come “campione di controllo”, Scott trascorreva 340 giorni consecutivi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Quello che è emerso non è solo un resoconto medico, ma una riflessione profonda su quanto la biologia umana sia, in ultima analisi, plastica e resiliente.
Il laboratorio vivente: un’opportunità irripetibile
La scienza, solitamente, si scontra con il “rumore” della variabilità genetica. Ogni individuo reagisce in modo diverso agli stimoli esterni. Tuttavia, i gemelli Kelly hanno offerto alla NASA un’opportunità unica nella storia dell’esplorazione: due soggetti con lo stesso corredo genetico (DNA) posti in ambienti diametralmente opposti.
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Mentre Mark conduceva una vita normale sulla Terra, Scott orbitava a 28.000 chilometri orari. Gli scienziati hanno monitorato ogni aspetto della loro biologia: dai campioni di sangue alla flora intestinale, dalla capacità cognitiva alla lunghezza dei telomeri. L’obiettivo era ambizioso: comprendere se l’essere umano possa davvero sopravvivere a un viaggio verso Marte, una missione che richiederebbe almeno tre anni di permanenza nello spazio profondo.
La sorpresa dei telomeri
Uno dei risultati più sconcertanti della ricerca ha riguardato i telomeri di Scott, le “capsule protettive” alle estremità dei nostri cromosomi che solitamente si accorciano con l’invecchiamento e lo stress. La logica suggeriva che lo stress estremo dello spazio li avrebbe erosi più velocemente.
Invece, è accaduto l’opposto. Durante la sua permanenza sulla ISS, i telomeri di Scott si sono allungati. Per un breve momento, dal punto di vista cellulare, l’astronauta sembrava ringiovanire. Tuttavia, questa non era una vittoria contro il tempo. Al suo ritorno sulla Terra, i telomeri si sono accorciati drasticamente nel giro di pochi giorni, stabilizzandosi poi su una lunghezza inferiore rispetto a quella pre-partenza. È stato un segnale chiaro: lo spazio riscrive le regole, ma la Terra esige sempre il conto.
L’impatto epigenetico: il DNA che “si accende”
Contrariamente a quanto riportato da alcuni titoli sensazionalistici all’epoca, il DNA di Scott non è mutato permanentemente nel senso che è diventato un’altra specie. Piuttosto, è cambiata la sua espressione genica. Circa il 7% dei suoi geni legati al sistema immunitario e alla riparazione del DNA hanno mostrato cambiamenti persistenti anche sei mesi dopo il ritorno.
Immaginiamo il genoma come un pianoforte: i tasti (i geni) sono rimasti gli stessi, ma l’ambiente spaziale ha iniziato a suonare una melodia diversa, attivando risposte biochimiche che sulla Terra restano latenti. Il corpo di Scott è entrato in una sorta di “modalità di difesa”, cercando di proteggersi dalle radiazioni e dalla mancanza di peso, che causa una ridistribuzione dei fluidi verso la testa e una perdita di densità ossea.
Oltre la biologia: la sfida cognitiva
Non è stata solo la cellula a essere messa alla prova, ma anche la mente. I test cognitivi effettuati su Scott hanno mostrato un lieve calo delle prestazioni nel primo periodo post-atterraggio. La velocità di elaborazione e l’accuratezza visiva hanno subito una flessione. Questo dato è cruciale: se un astronauta deve atterrare su Marte dopo un anno di viaggio, deve essere in grado di prendere decisioni critiche in frazioni di secondo. La “nebbia cerebrale” post-volo rappresenta una delle sfide ingegneristiche e mediche più complesse da risolvere per le future agenzie spaziali.

Verso l’infinito: cosa significa per noi?
Lo studio dei gemelli Kelly non è solo una cronaca di due fratelli straordinari. È la base su cui stiamo costruendo la medicina personalizzata del futuro. Comprendere come il corpo reagisce a uno stress estremo permette di sviluppare terapie per malattie degenerative sulla Terra, per l’osteoporosi e per i disturbi del sistema immunitario.
Ma solleva anche domande esistenziali. Se il nostro DNA è così sensibile all’ambiente, chi diventeremo quando non saremo più legati alla gravità terrestre per generazioni? La spedizione verso Marte non sarà solo una conquista tecnologica, ma un esperimento biologico su vasta scala.
Lo scenario futuro
Oggi la NASA, l’ESA e le agenzie private come SpaceX guardano a questi dati con estrema attenzione. Il passaggio dalla ISS (che è protetta dal campo magnetico terrestre) allo spazio profondo esporrà gli esseri umani a livelli di radiazioni molto più alti. I dati dei gemelli Kelly suggeriscono che siamo resilienti, ma non invulnerabili.
La ricerca continua ora con nuovi protocolli di monitoraggio sugli astronauti della missione Artemis, che torneranno sulla Luna. Ogni goccia di sangue analizzata in orbita è un passo avanti verso la comprensione di quanto “terrestri” siamo disposti a non essere più.
La storia di Scott e Mark Kelly rimane una pietra miliare, un promemoria del fatto che, per quanto lontano viaggiamo, portiamo sempre con noi l’eredità biologica del nostro pianeta d’origine. Eppure, quella stessa eredità si sta dimostrando molto più adattabile di quanto avessimo mai osato sperare.
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