La perdita della vista legata all’età rappresenta una delle paure più radicate nella popolazione anziana, un’ombra che minaccia l’autonomia e la qualità della vita. Fino a poco tempo fa, una diagnosi di degenerazione maculare in stadio avanzato equivaleva a una sentenza senza appello: una progressiva e inarrestabile discesa verso il buio centrale. Tuttavia, lo scenario sta cambiando radicalmente. Una recente sperimentazione clinica ha acceso una luce concreta di speranza, dimostrando che ripristinare la vista negli anziani non è più solo una teoria da laboratorio, ma una possibilità clinica tangibile grazie all’uso mirato delle cellule staminali.

La sfida della Degenerazione Maculare Secca
La degenerazione maculare legata all’età (AMD) è la principale causa di cecità irreversibile nel mondo industrializzato per le persone sopra i 60 anni. Colpisce la macula, la parte centrale della retina responsabile della visione nitida e dettagliata, quella necessaria per leggere, guidare o riconoscere i volti. Esistono due forme di questa patologia: la forma “umida”, per la quale esistono terapie che rallentano il decorso, e la forma “secca”, che rappresenta la maggioranza dei casi e per la quale, storicamente, le opzioni terapeutiche sono state pressoché nulle.
È proprio in questo vuoto terapeutico che si inserisce lo studio rivoluzionario pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell Stem Cell. I ricercatori hanno deciso di attaccare la malattia alla radice, non limitandosi a rallentare la morte cellulare, ma tentando di sostituire i tessuti ormai compromessi. L’approccio si basa sul trapianto di cellule staminali sottoretiniche, una tecnica chirurgica di alta precisione che mira a reimpiantare i “pixel” biologici dell’occhio umano: i fotorecettori.
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Una sperimentazione clinica dai risultati inattesi
Il trial clinico in questione ha coinvolto un gruppo ristretto ma rappresentativo di sei pazienti, con un’età compresa tra i 71 e gli 86 anni. Tutti i soggetti erano affetti da una forma grave di degenerazione maculare secca legata all’età, con una compromissione visiva tale da rendere impossibili le normali attività quotidiane.
La procedura è consistita nell’iniezione di una dose calibrata di cellule staminali direttamente nello spazio sottoretinico dell’occhio colpito. La particolarità di queste cellule risiede nella loro plasticità: una volta posizionate nell’ambiente oculare, sono programmate per differenziarsi in nuovi fotorecettori e cellule dell’epitelio pigmentato retinico, andando a sostituire gli elementi persi a causa della degenerazione maculare progressiva.
L’obiettivo primario di questa fase dello studio, come accade in tutti i trial di fase 1, era verificare la sicurezza. I medici dovevano accertarsi che l’iniezione non provocasse rigetto, infezioni o una crescita cellulare incontrollata (tumori). Tuttavia, ciò che è emerso dai dati raccolti ha sorpreso l’intera comunità scientifica. Non solo la procedura si è rivelata sicura, ma ha innescato un recupero funzionale della vista ben oltre le previsioni più ottimistiche.

Il recupero della capacità di lettura
Per quantificare il miglioramento, i ricercatori hanno utilizzato le tabelle di test standard ETDRS (Early Treatment Diabetic Retinopathy Study), il gold standard per la misurazione dell’acuità visiva nella ricerca oftalmologica. Tutti e sei i partecipanti hanno mostrato miglioramenti, ma il dato più eclatante riguarda i tre pazienti che partivano dalla condizione clinica peggiore.
Dopo un anno dal trattamento, questi pazienti sono stati in grado di leggere in media 21 lettere in più sulla tabella ottometrica. Per comprendere la portata di questo risultato, bisogna considerare che guadagnare 21 lettere significa recuperare circa quattro righe di lettura. In termini pratici, questo può fare la differenza tra il non vedere nulla e il riuscire a distinguere un volto, leggere un titolo di giornale o muoversi in casa senza assistenza.
“I risultati sono stati di gran lunga superiori alle aspettative. Non ci aspettavamo un recupero funzionale di tale entità in una retina così compromessa”, si evince dai dati pubblicati, che sottolineano come il tessuto trapiantato si sia integrato perfettamente con la struttura oculare preesistente.
Perché le staminali possono curare la retina
Il successo di questo approccio risiede nella biologia stessa della retina. A differenza di altri organi, l’occhio è un sito “immunologicamente privilegiato”, il che significa che è meno propenso a scatenare violente reazioni di rigetto contro i tessuti estranei. Questo rende il trattamento delle patologie della retina un campo d’elezione per le terapie rigenerative.
Le cellule staminali utilizzate non si limitano a sopravvivere; esse svolgono una funzione trofica, rilasciando fattori di crescita che aiutano le cellule rimaste a sopravvivere, e una funzione sostitutiva, rimpiazzando fisicamente i coni e i bastoncelli morti. Questo duplice meccanismo è la chiave per invertire il processo degenerativo.
Tuttavia, è fondamentale mantenere un approccio cauto. Sebbene i risultati siano entusiasmanti, siamo di fronte a sperimentazioni preliminari. Il passaggio da un gruppo di sei persone a una terapia disponibile su larga scala richiede tempo e ulteriori conferme. Gli scienziati stanno ora pianificando studi con un numero maggiore di pazienti per confermare la sicurezza del metodo aumentando il numero di cellule iniettate, al fine di massimizzare l’area di retina recuperata.
Prospettive future e impatto sociale
L’impatto potenziale di questa scoperta va oltre la singola patologia. Se il metodo per ripristinare la vista tramite staminali dovesse confermarsi efficace su larga scala, potrebbe aprire la strada al trattamento di altre forme di cecità, come la retinite pigmentosa o la degenerazione maculare di Stargardt.
Il peso sociale della cecità senile è immenso. Restituire la vista agli anziani significa restituire loro l’indipendenza, ridurre il rischio di cadute, depressione e declino cognitivo spesso associati all’isolamento visivo. La medicina rigenerativa sta passando dalla fase delle promesse a quella delle prove cliniche: non stiamo più parlando di “se” sarà possibile curare queste malattie, ma di “quando” queste terapie diventeranno accessibili a tutti.
Attualmente, centri di ricerca in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Giappone, stanno lavorando per affinare queste tecniche, rendendo l’intervento meno invasivo e più economico. La strada tracciata dallo studio su Cell Stem Cell è chiara: la rigenerazione del tessuto nervoso oculare è possibile.
Siamo all’alba di una nuova era per l’oftalmologia, dove la diagnosi di AMD secca potrebbe non essere più definitiva. Il consiglio per i pazienti è di monitorare costantemente i progressi della ricerca attraverso canali ufficiali e mantenere controlli periodici con il proprio oculista, poiché la salute della retina va preservata il più possibile in attesa che queste terapie innovative diventino lo standard di cura.
Per approfondire lo stato attuale della ricerca sulle cellule staminali e la vista, è possibile consultare le risorse della Fondazione Bietti o le pubblicazioni scientifiche del National Eye Institute.
Domande Frequenti (FAQ)
Questa terapia è già disponibile negli ospedali italiani? Attualmente, il trapianto di staminali per la degenerazione maculare secca è in fase di sperimentazione clinica avanzata. Non è ancora una terapia standard disponibile nel Servizio Sanitario Nazionale. I pazienti possono accedere a questi trattamenti solo venendo arruolati in specifici protocolli di ricerca presso centri d’eccellenza autorizzati.
Il trattamento con staminali è doloroso o rischioso? L’intervento viene eseguito in anestesia e il dolore post-operatorio è generalmente gestibile. Come ogni chirurgia oculare intraoculare, esistono rischi di infezione, distacco della retina o aumento della pressione oculare. Tuttavia, lo studio citato ha dimostrato un profilo di sicurezza elevato, senza gravi eventi avversi correlati direttamente alle cellule trapiantate.
Chi sono i candidati ideali per questa procedura? Al momento, la ricerca si concentra su pazienti affetti da degenerazione maculare secca in stadio avanzato (atrofia geografica) che hanno perso la visione centrale. Non è indicata per chi ha la forma “umida” attiva o per chi ha il nervo ottico danneggiato (come nel glaucoma), poiché le staminali sostituiscono i fotorecettori, non il nervo.
Quanto tempo ci vorrà per vedere i risultati dopo l’intervento? Il recupero visivo non è immediato. Nello studio, i miglioramenti significativi nella lettura e nell’acuità visiva sono stati misurati progressivamente nel corso di un anno. Le cellule staminali necessitano di mesi per differenziarsi, integrarsi nel tessuto retinico e stabilire le connessioni nervose necessarie per trasmettere le immagini al cervello.
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