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E se tutto ciò che tocchi non esistesse? Siamo in un ologramma

Angela Gemito Feb 10, 2026

Negli ultimi decenni, la fisica teorica ha iniziato a sussurrare un’ipotesi che sembra uscita direttamente da un romanzo di Philip K. Dick: tutto ciò che consideriamo reale — le stelle sopra di noi, il suolo sotto i nostri piedi, persino il corpo con cui stiamo leggendo queste parole — potrebbe non essere altro che una proiezione. L’idea che viviamo in un Universo Olografico non è una provocazione filosofica, ma una necessità matematica nata per risolvere alcuni dei paradossi più profondi della scienza moderna.

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Se questa teoria si rivelasse corretta, dovremmo riscrivere non solo i libri di testo, ma la nostra intera comprensione dell’esistenza. Non saremmo più abitanti di un mondo tridimensionale, ma il risultato di informazioni codificate su un confine bidimensionale ai bordi del cosmo.


L’origine del paradosso: Il cuore dei buchi neri

Per capire come siamo arrivati a mettere in dubbio la tridimensionalità della realtà, dobbiamo guardare dove la fisica si rompe: i buchi neri. Negli anni ’70, Stephen Hawking sollevò un problema monumentale noto come “paradosso dell’informazione”.

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Secondo la relatività generale, qualunque cosa cada in un buco nero scompare per sempre. Tuttavia, secondo la meccanica quantistica, l’informazione non può mai essere distrutta. Se bruciamo un libro, l’informazione in esso contenuta è tecnicamente ancora recuperabile analizzando il fumo e le ceneri. Ma se lanciamo quel libro in un buco nero?

La soluzione arrivò dai fisici Leonard Susskind e Gerard ‘t Hooft. Essi intuirono che l’informazione degli oggetti caduti non sparisce nel nulla, ma rimane impressa sulla superficie esterna del buco nero, l’Orizzonte degli Eventi. Proprio come un ologramma su una carta di credito racchiude un’immagine 3D in una superficie 2D, il buco nero conserva la memoria tridimensionale di ciò che ha inghiottito su una “pellicola” bidimensionale.

Il Principio Olografico: Dalla singolarità al Cosmo

Ciò che è iniziato come un dibattito sui buchi neri è stato presto esteso all’intero Universo. Nel 1997, il fisico Juan Maldacena propose un modello matematico (la corrispondenza AdS/CFT) che dimostrava come una teoria della gravità in uno spazio tridimensionale possa essere equivalente a una teoria quantistica dei campi su un confine bidimensionale.

In termini semplici: la complessità del nostro mondo potrebbe essere una proiezione di dati che risiedono su un orizzonte lontano. Immaginate di guardare un film al cinema. Per voi, i personaggi si muovono, hanno profondità e agiscono in uno spazio. Ma la fonte di quella realtà è una pellicola piatta che scorre davanti a una lampada. Secondo il Principio Olografico, noi siamo i personaggi, e la pellicola è il confine dell’Universo osservabile.

Perché questa teoria è così seducente per gli scienziati?

Il motivo principale è l’unificazione. La fisica odierna vive una frattura:

  1. La Relatività Generale spiega il macroscopico (gravità, stelle, galassie).
  2. La Meccanica Quantistica spiega il microscopico (atomi, particelle).

Queste due teorie non si parlano. Tuttavia, il Principio Olografico offre un ponte. Se lo spazio-tempo stesso è una proprietà “emergente” dall’informazione quantistica, allora la gravità potrebbe essere spiegata attraverso il linguaggio dei quanti. In questo scenario, lo spazio-tempo non sarebbe il palcoscenico su cui si muove la materia, ma il prodotto finale di un processo di elaborazione dati sottostante.


Implicazioni: La materia come informazione

Se accettiamo la natura olografica della realtà, la nostra percezione di “materia” cambia radicalmente. Invece di pensare all’Universo come a un insieme di oggetti solidi che interagiscono, dovremmo vederlo come un immenso database di bit quantistici (qubit).

“Non è la materia che genera l’informazione, ma l’informazione che genera la materia.”

Questa prospettiva sposta il focus della ricerca scientifica. Se la realtà è olografica, allora la separazione tra gli oggetti è un’illusione ottica dovuta alla nostra scala di osservazione. Due particelle che sembrano distanti anni luce potrebbero essere collegate sulla “superficie” bidimensionale originale, spiegando fenomeni misteriosi come l’entanglement quantistico (l’azione a distanza che Einstein definiva “spettrale”).

L’impatto sulla nostra percezione umana

Spesso si tende a confondere l’ipotesi olografica con l’idea che viviamo in una “simulazione” tipo Matrix. Sebbene vi siano punti di contatto, la differenza è sostanziale. Una simulazione implica un programmatore; l’Universo Olografico implica una struttura geometrica intrinseca della natura.

Per l’essere umano comune, questo scenario è vertiginoso. Significa che la nostra sensazione di profondità, il tocco di una superficie ruvida o il calore del sole sono interpretazioni sensoriali di un codice più fondamentale. Non rende la realtà “falsa”, ma la rende “derivata”. È una rivoluzione copernicana estrema: non solo non siamo al centro dell’Universo, ma forse non siamo nemmeno dove pensiamo di essere.


Le prove: Siamo vicini a una conferma?

La ricerca non si ferma alla teoria. Esperimenti come quelli condotti al Fermilab con l’Holometer hanno cercato di individuare il “rumore olografico” — una sorta di granulosità dello spazio-tempo che si manifesterebbe se la nostra realtà avesse una risoluzione limitata, proprio come i pixel di uno schermo visti troppo da vicino.

Finora, i risultati non sono stati definitivi, ma lo studio della Radiazione Cosmica di Fondo (l’eco del Big Bang) continua a fornire dati che sembrano compatibili con modelli olografici. Se riuscissimo a trovare una discrepanza tra ciò che vediamo e come l’informazione si distribuisce, avremmo la prova definitiva che il volume del nostro universo è, in effetti, un’illusione.

Verso una nuova fisica

Lo scenario futuro è affascinante. Se l’Universo è un ologramma, la prossima frontiera non sarà lo spazio profondo, ma la comprensione del limite computazionale della realtà. Potremmo scoprire che esiste una “capacità di memoria” dell’Universo, o che il tempo stesso è un effetto collaterale di come l’informazione viene scambiata sul confine olografico.

Siamo probabilmente sulla soglia di un cambio di paradigma simile a quello che portò Newton a comprendere la gravità o Einstein la curvatura dello spazio. La domanda non è più solo “di cosa è fatto il mondo?”, ma “da dove viene proiettata la nostra esistenza?”.

La complessità delle equazioni di Maldacena e le osservazioni astronomiche più recenti suggeriscono che la risposta potrebbe essere molto più piatta — e allo stesso tempo più profonda — di quanto avessimo mai osato immaginare.

L’esplorazione di questa frontiera è appena iniziata, e ogni nuova scoperta ci porta a chiederci quanto della nostra quotidianità sia reale e quanto sia, invece, una meravigliosa, coerente e tangibile illusione.

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Angela Gemito

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Tags: mistero ologramma

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