C’è un paradosso sottile che accompagna l’esplorazione spaziale contemporanea: possediamo una potenza di calcolo infinitamente superiore a quella che portò i computer della serie Apollo a guidare l’uomo sul suolo lunare nel 1969, eppure, nel 2026, la Luna sembra non essere mai stata così lontana. Negli ultimi mesi, il programma Artemis – il mastodontico piano internazionale guidato dalla NASA per riportare gli stivali umani sulla regolite – ha subito una serie di battute d’arresto che hanno trasformato l’entusiasmo in un cauto esercizio di pazienza.

L’ultimo rinvio, annunciato proprio in queste settimane di febbraio 2026, sposta ancora una volta le lancette del cronometro. Quello che doveva essere l’anno del trionfo si sta trasformando in un anno di test critici e riparazioni complesse. Ma dietro la scarna cronaca dei lanci rimandati non c’è solo burocrazia o mancanza di fondi: c’è una sfida tecnica che sta mettendo a nudo i limiti della nostra attuale tecnologia aerospaziale. La verità è che tornare sulla Luna non è un “bis” degli anni ’60, ma un’impresa radicalmente nuova, più difficile e pericolosa.
Il “tallone d’Achille” di Artemis: l’idrogeno e il calore
Se dovessimo isolare i colpevoli materiali di questi continui ritardi, dovremmo guardare a due elementi apparentemente distanti: una molecola infinitesimale e uno scudo di resina.
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Proprio in questi giorni, la missione Artemis II – il primo volo con equipaggio che dovrebbe circumnavigare la Luna senza atterrare – è stata posticipata a marzo (e probabilmente oltre) a causa di persistenti perdite di idrogeno liquido rilevate durante i “wet dress rehearsal”, le simulazioni di carico del carburante. L’idrogeno è il combustibile più efficiente, ma è anche il più “sfuggente”: la sua molecola è così piccola da riuscire a filtrare attraverso guarnizioni che risulterebbero stagne per qualsiasi altro fluido. Gestire questa sostanza a temperature criogeniche su un razzo alto 98 metri come lo Space Launch System (SLS) è una danza su un filo teso che la NASA non intende percorrere senza la certezza assoluta della tenuta.
Ancora più preoccupante è l’enigma dello scudo termico della capsula Orion. I dati raccolti durante la missione senza equipaggio Artemis I hanno rivelato un’erosione anomala del materiale ablativo (l’Avcoat) durante il rientro in atmosfera. Invece di consumarsi in modo uniforme, lo scudo ha perso frammenti in modo imprevisto. Finché gli ingegneri non avranno la certezza matematica che lo scudo possa proteggere i quattro astronauti durante l’inferno del rientro a 40.000 km/h, nessuno riceverà il via libera per il decollo.
La variabile SpaceX e la complessità del “rifornimento orbitale”
Se Artemis II è una sfida di ingegneria dei materiali, Artemis III – la missione che prevede l’effettivo sbarco – si scontra con una complessità logistica mai tentata prima. A differenza del modulo lunare di 50 anni fa, il nuovo lander sarà una versione speciale della Starship di SpaceX.
Qui entriamo nel campo dell’inesplorato. Per arrivare sulla Luna, la Starship ha bisogno di essere rifornita di carburante direttamente in orbita terrestre. Le stime attuali suggeriscono che siano necessari tra i 10 e i 15 lanci di “navi cisterna” per riempire i serbatoi di una singola Starship diretta verso la Luna. Si tratta di un’architettura che richiede un ritmo di lancio mai visto nella storia, con un margine di errore pari a zero. I ritardi nello sviluppo della Starship HLS (Human Landing System) e le difficoltà nel perfezionare il trasferimento di propellente criogenico nello spazio hanno spinto la data dello sbarco verso il 2028, se non oltre.
Un contesto politico e finanziario in mutamento
Oltre ai bulloni e ai propellenti, c’è il fattore umano e politico. Il 2026 si è aperto con un acceso dibattito sul budget della NASA. Mentre l’amministrazione propone tagli drastici per razionalizzare i costi insostenibili di SLS (stimati in circa 4 miliardi di dollari a lancio), il Congresso preme per mantenere la leadership americana nello spazio, specialmente con l’ombra della Cina che avanza spedita verso il Polo Sud lunare.
Questa incertezza finanziaria crea un effetto domino: i fornitori rallentano, le certificazioni di sicurezza richiedono più tempo e la catena di montaggio delle tute spaziali di nuova generazione subisce intoppi burocratici. La NASA non sta solo combattendo contro la gravità, ma contro un ecosistema industriale che deve essere ricostruito quasi da zero dopo decenni di inattività nel settore del “deep space”.

Perché non possiamo permetterci di avere fretta
L’opinione pubblica spesso chiede: “Perché ci siamo riusciti nel 1969 e oggi falliamo?”. La risposta è nella natura stessa della missione. Le missioni Apollo erano spedizioni “mordi e fuggi”, mirate a piantare una bandiera e tornare indietro, accettando rischi che oggi sarebbero considerati inaccettabili. Artemis mira alla sostenibilità: costruire una base, restare sulla Luna per settimane, estrarre ghiaccio dai crateri perenni.
Un fallimento catastrofico oggi non significherebbe solo la perdita di vite umane, ma la fine definitiva dell’esplorazione spaziale per i prossimi cinquant’anni. La NASA sceglie il ritardo sistematico perché la posta in gioco è la nostra permanenza definitiva tra le stelle.
Lo scenario che si delinea per i prossimi mesi è di una cautela estrema. Vedremo probabilmente piccoli passi, test a terra estenuanti e forse una riconfigurazione degli obiettivi di Artemis III. La Luna è lì, ci osserva, ma per raggiungerla di nuovo dobbiamo prima risolvere i problemi che abbiamo creato qui sulla Terra, tra laboratori e tavoli negoziali.
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!




