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Il lato oscuro degli antinfiammatori: quando il sollievo mette a rischio il cuore

Angela Gemito Gen 7, 2026

Entriamo in farmacia, prendiamo una scatola di compresse colorate dallo scaffale e risolviamo quel fastidioso mal di testa o quel dolore alla schiena che ci tormenta da giorni. Per molti, i farmaci da banco sono diventati una presenza costante, quasi rassicurante, all’interno della routine quotidiana. Eppure, dietro la praticità di un blister si nasconde una realtà clinica che merita un’attenzione profonda: l’uso frequente di comuni antidolorifici e rischio cardiovascolare sono legati da un filo rosso che la scienza sta portando sempre più alla luce.

Non si tratta di demonizzare prodotti essenziali per la gestione del dolore, ma di sviluppare una consapevolezza necessaria. I dati emergenti suggeriscono che quella che consideriamo una soluzione innocua potrebbe, in determinati contesti, trasformarsi in una minaccia silenziosa per la salute delle arterie e del cuore.

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La dinamica biologica: perché i FANS influenzano la pressione

Per analizzare il problema, bisogna guardare ai farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), una categoria che include molecole celebri come l’ibuprofene, il naprossene e il diclofenac. Il loro compito principale è bloccare la produzione di prostaglandine, sostanze chimiche responsabili dell’infiammazione e del dolore. Tuttavia, la dottoressa Maryam Jouza, anestesista presso l’UNC Health, chiarisce un punto fondamentale: le prostaglandine non servono solo a farci sentire dolore, ma regolano anche il tono dei vasi sanguigni e la funzione renale.

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Quando queste sostanze vengono ridotte drasticamente, il corpo reagisce in modo inaspettato. Il dottor Mark Siegel, analista medico presso Fox News, spiega che i FANS possono innescare una ritenzione di liquidi e sali che aumenta la pressione sanguigna. Questo processo non solo mette sotto stress il muscolo cardiaco a causa dell’aumento del volume ematico, ma crea le condizioni ideali per eventi critici. In parole povere, il cuore si trova a dover pompare con più forza contro una resistenza maggiore.

La classifica dei rischi: non tutti i farmaci sono uguali

Esiste una gerarchia di rischio tra i diversi principi attivi. Sebbene tutti i FANS richiedano cautela, alcuni sembrano avere un impatto più marcato sulla salute del cuore:

  • Diclofenac: Spesso identificato come il principio attivo associato al rischio cardiovascolare più elevato tra i FANS comuni.
  • Ibuprofene: Sebbene ampiamente utilizzato, diversi studi indicano che può causare incrementi significativi della pressione arteriosa, specialmente se assunto in dosaggi elevati.
  • Naprossene: Viene spesso considerato un’opzione leggermente più sicura rispetto ai precedenti, ma non è privo di controindicazioni, specialmente per chi ha già una storia di ipertensione.
  • Aspirina: Rappresenta l’anomalia del gruppo. A bassi dosaggi, viene prescritta proprio per la prevenzione di coaguli, ma a dosi elevate rientra nel profilo di rischio degli altri antinfiammatori, aumentando la possibilità di emorragie e sbalzi pressori.

Secondo una ricerca pubblicata sull’ European Heart Journal, l’uso cronico di alcuni di questi farmaci è correlato a un aumento del rischio di infarto e ictus, con una variazione che dipende strettamente dalla dose e dalla durata della terapia.


Il paracetamolo: un’alternativa davvero sicura?

Per anni il paracetamolo è stato considerato il “rifugio sicuro” per i pazienti con problemi cardiaci. Tuttavia, studi recenti pubblicati su fonti autorevoli come la Mayo Clinic e discussi dalla dottoressa Jouza, indicano che anche questa molecola richiede cautela. Sebbene l’impatto sia meno violento rispetto ai FANS, l’uso prolungato di paracetamolo ad alte dosi può aumentare la pressione sanguigna. Il suo vantaggio principale resta la mancanza di un impatto diretto sull’infiammazione sistemica e una minore aggressività sulla mucosa gastrica, ma non deve essere considerato un “pass gratuito” per l’automedicazione illimitata.

Chi corre i pericoli maggiori?

La vulnerabilità non è uguale per tutti. Esistono gruppi specifici per i quali l’assunzione di un semplice antidolorifico dovrebbe essere sempre preceduta da un consulto medico:

  1. Over 75: Con l’avanzare dell’età, la funzionalità renale diminuisce naturalmente. Questo rende più difficile per l’organismo gestire gli effetti collaterali dei farmaci sulla pressione.
  2. Pazienti ipertesi o diabetici: Chi già soffre di pressione alta o diabete ha un sistema cardiovascolare già sollecitato; l’aggiunta di un FANS può destabilizzare un equilibrio già precario.
  3. Soggetti con malattie renali: I reni sono il bersaglio secondario dei FANS, e una loro sofferenza si traduce immediatamente in una cattiva gestione dei liquidi corporei.

Il dottor Nayan Patel sottolinea che i FANS possono destabilizzare il controllo della pressione arteriosa interagendo con farmaci antipertensivi o diuretici, rendendo le cure abituali meno efficaci.


Strategie per una gestione sicura del dolore

Gestire il dolore senza compromettere il cuore è possibile, ma richiede un cambio di paradigma. Il primo passo è adottare un approccio conservativo.

  • Terapie topiche: Gel e cerotti a base di FANS offrono un sollievo localizzato. Poiché l’assorbimento nel flusso sanguigno è minimo, il rischio per il cuore è drasticamente inferiore rispetto alle compresse.
  • Metodi non farmacologici: Spesso sottovalutati, l’uso di ghiaccio, calore, fisioterapia mirata e attività fisica adattata possono ridurre la dipendenza dai farmaci.
  • Dose minima efficace: Se il farmaco è necessario, la regola d’oro è utilizzarlo alla dose più bassa possibile e per il minor tempo necessario a superare la fase acuta.

Segnali d’allarme da non ignorare

Il corpo invia messaggi chiari quando qualcosa non va. Se durante l’assunzione di antidolorifici si notano sintomi di infarto o ictus come dolore al petto o debolezza improvvisa, è imperativo contattare i soccorsi. Altri segnali, forse meno drammatici ma ugualmente importanti, includono il gonfiore alle gambe, un aumento di peso repentino in pochi giorni (segno di ritenzione idrica) o una riduzione della produzione di urina.


FAQ – Domande Frequenti

Posso assumere ibuprofene se soffro di pressione alta occasionale? L’uso sporadico e a basse dosi è generalmente considerato sicuro per persone sane. Tuttavia, se soffri di ipertensione, anche un uso breve può causare picchi pressori. È essenziale monitorare i valori e preferire, sotto consiglio medico, il paracetamolo o trattamenti topici per evitare di annullare l’effetto dei farmaci antipertensivi.

Qual è l’antidolorifico meno pericoloso per chi ha problemi di cuore? Il paracetamolo è solitamente la prima scelta indicata dai medici, poiché non interferisce con le prostaglandine nello stesso modo dei FANS. Nonostante ciò, studi recenti suggeriscono cautela nell’uso cronico. Per dolori localizzati, i FANS in formulazione gel o cerotto rappresentano l’opzione con il profilo di sicurezza cardiovascolare migliore.

Perché l’aspirina è considerata diversa dagli altri FANS? Sebbene appartenga alla stessa famiglia, l’aspirina a bassissimo dosaggio (cardioaspirina) agisce come antiaggregante, prevenendo la formazione di coaguli. Gli altri FANS, invece, possono favorire la trombosi e aumentare la pressione. Tuttavia, a dosaggi elevati usati per il dolore, anche l’aspirina perde questo vantaggio e aumenta il rischio di emorragie.

Dopo quanto tempo l’uso di FANS diventa pericoloso per il sistema cardiovascolare? Mentre i rischi maggiori sono legati all’uso cronico, alcuni studi suggeriscono che in soggetti ad alto rischio gli eventi avversi possono manifestarsi anche nei primi giorni di terapia ad alto dosaggio. La prudenza deve essere massima fin dalla prima assunzione se sono presenti patologie pregresse come diabete o precedenti ictus.

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Angela Gemito

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Tags: antidolorifico

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