Brescia, morto dopo ben 31 anni di coma vegetativo

Oltre tre decenni in coma vegetativo si possono chiamare vita? Si può chiamare vita quella vissuta attaccata alle macchine, senza nessuna funzione vitale autonoma, senza sentire, vedere, capire, percepire?

Noi non lo sappiamo con certezza, e non vogliamo e possiamo addentrarci in questioni etiche molto più grandi di noi, ma limitarci a raccontare che Ignazio Okamoto, madre bresciana e padre messicano ma di origini giapponesi, venerdì scorso è morto dopo essere rimasto in coma per ben 31 anni.

Ignazio aveva 22 anni quando – la notte della festa del papà del 1988 – rimase gravemente ferito in un incidente stradale: da allora non ha mai ripreso coscienza, fino all’altro giorno, quando è morto all’età di 54 anni a Collebeato, nel Bresciano, dove viveva con la sua famiglia.

«Ogni tanto scendevano delle lacrime dai suoi occhi, ma non sapremo mai se davvero si rendeva conto di quello che c’era attorno al suo letto», raccontano gli amici che non lo hanno mai dimenticato.

“Mio marito ha lasciato il lavoro e per 31 anni ha seguito in casa nostro figlio”, ha spiegato la madre.

«Non ho mai pensato – prosegue – ad interrompere le terapie, mai pensato una sola volta al fine vita in questi 31 anni in cui io e mio marito ci siamo isolati dal mondo».
La donna ammette, però, di avere avuto ultimamente un pensiero fisso:

«Dove lasciare Ignazio quando noi genitori non ci saremmo più stati, visto che stiamo invecchiando. E, invece, venerdì improvvisamente il suo cuore ha smesso di sbattere. Può sembrare strano data la sua condizione, ma proprio non ce lo aspettavamo».

foto@Flickr

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