Cancro al seno, niente chemioterapia con il test molecolare

VEB

Potrebbe essere una incredibile svolta scientifica, evitare “pensanti” chemioterapie, con tutto quello che ne consegue anche a livello psicologico, per le pazienti alle quali è stato diagnosticato un cancro al seno, ma vediamo nel dettaglio questa importante scoperta che potrebbe rivoluzionare, in bene naturalmente, le condizioni dei pazienti.

Un nuovissimo test molecolare può aiutare le pazienti con cancro al seno a evitare la chemioterapia.

Il problema maggiore della chemioterapia, si sa, è che gli effetti secondari che produce sul fisico dei pazienti, in generale, sono sempre rilevanti.

La chemioterapia può essere davvero devastante e non solo da un punto di vista estetico (caduta di capelli, gonfiore, aumento di peso, e quant’altro), il che sarebbe il meno, ma proprio dal punto di vista clinico: i valori si alterano e i dolori possono essere davvero insopportabili.

Anche se, in molti casi, i protocolli di trattamento prevedono questo approccio terapeutico in ogni caso per evitare problematiche peggiori.

Ma ci sono notizie positive, perché un test molecolare, pare altamente affidabile, è in grado di predire l’efficacia o meno della chemioterapia stessa sulle pazienti operate per cancro al seno.

Il test è in grado anche di prevedere le probabilità di ricaduta entro i 10 anni.

Questo consentirebbe a circa il 25% delle donne operate, di evitare la chemioterapia quale cura adiuvante.

Nel Lazio si registrano ogni anno circa 4.200 casi di cancro al seno, in Italia i casi sfiorano i 50.000.

La quasi totalità delle donne è operata e successivamente è sottoposta e chemioterapia. Sovente questo tipo di terapia adiuvante non sortisce però risultati apprezzabili.

Dice Francesco Cognetti, Direttore di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Regina Elena di Roma: “Il test Oncotype Dx ci aiuta a individuare meglio le pazienti che hanno una prognosi più sfavorevole e ci dice quali di queste possono giovarsi di un trattamento chemioterapico in aggiunta all’ormonoterapia, sia in pre che in post-menopausa”.

“In particolare il test fornisce informazioni su pazienti con tumore invasivo della mammella, linfonodi negativi e positivi fino a un massimo di tre, con recettori ormonali positivi, pazienti che in base ai prelievi anatomo-clinici e biologici sono in una zona di confine, in una fase in cui si può includere o escludere con certezza il trattamento chemioterapico rispetto alla sola ormonoterapia”.

I test sono stati finora eseguiti su 600 pazienti nel solo Lazio, il 10% delle quali presso l’Ospedale Regina Elena di Roma.

Ma studi simili sino stati condotti anche in diversi centri della Regione Lombardia, nonché in molti altri centri sparsi nell’intero territorio nazionale.

I risultati complessivi delle sperimentazioni del test saranno presentati prossimamente ai congressi medici previsti nei mesi a venire.

Va da sé che questo tipo di sperimentazione risulta essere particolarmente utile.

Se i dati numerici confermeranno la bontà dell’utilità del test, molte donne potranno evitare di essere sottoposte a trattamento chemioterapico, con notevole beneficio in termini di salute generale e di qualità della vita.

E la battaglia contro il cancro al seno intanto prosegue senza sosta.

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