Esiste ancora l’usanza della dote?

Anche se oggi è un’usanza ormai desueta, nella storia la dote ha rappresentato il momento fondamentale nell’unione tra due persone e quindi nella nascita di una nuova famiglia.

La dote altro non è che l’insieme dei beni che la famiglia di una sposa conferisce allo sposo con il matrimonio: cinicamente qualcuno lo ha definito come quello che per secoli ha spinto un uomo a scegliere una donna piuttosto che un’altra.

Della dote, composta da soldi e possedimenti di vario genere, nei secoli e nelle differenti culture ha sempre fatto parte il corredo.

Tradizionalmente infatti è sempre stata la sposa a portare nella nuova dimora della coppia il corredo, ossia biancheria intima, biancheria per la casa (lenzuola, tovaglie, tovaglioli) e uno o più abiti, secondo la ricchezza della famiglia.

Addirittura, nei secoli scorsi, essere sprovvisti del corredo voleva dire essere destinati a rimanere “zitelle”, perché nessun uomo avrebbe mai scelto una donna sprovvista del minimo indispensabile per mettere su casa.

Per fare un esempio esemplificativo, alle fanciulle povere, nei secoli addietro, gli istituti di beneficenza non insegnavano un mestiere o a leggere e scrivere, ma fornivano lenzuola e tovaglie ricamate per poter formare un seppur misero corredo per attirare un futuro sposo.

A Casa Buonarroti, a Firenze, è conservata la tavola di Giovanni di Francesco (1428 – 1459) con le Storie di San Nicola di Bari, che rappresenta il famoso episodio del Santo che getta tre palle d’oro all’interno della casa di tre povere fanciulle sfortunate, cadute in miseria, per la formazione della dote, salvandole così dall’esclusione sociale.
Anche in Italia il corredo aveva e per certi versi ancora ha molta importanza per le donne in età da marito.

Fino alla metà degli anni ’70, il fatto di non avere un corredo poteva rappresentare un serio ostacolo al matrimonio, mentre oggi più che altro è un regalo prezioso per i figli.

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