Il colore degli occhi è, da secoli, uno dei tratti distintivi più affascinanti dell’essere umano. Cantato dai poeti e scrutato dagli scienziati, lo sguardo azzurro ha sempre portato con sé un’aura di rarità e mistero. Tuttavia, la scienza moderna ha iniziato a sollevare il velo su questa caratteristica, arrivando a una conclusione che ribalta la nostra percezione della diversità: ogni singola persona sul pianeta con gli occhi azzurri potrebbe condividere lo stesso, identico antenato.

Non si tratta di una suggestione romantica, ma del risultato di una ricerca genetica che traccia una linea retta tra milioni di individui contemporanei e un unico individuo vissuto migliaia di anni fa. Fino a quel momento, l’umanità intera sembrava destinata a guardare il mondo esclusivamente attraverso sfumature di marrone. Poi, qualcosa nel codice della vita è cambiato.
L’origine della variazione: il gene OCA2
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Per capire come sia nata questa mutazione, dobbiamo guardare alla biologia del pigmento. Il colore dei nostri occhi è determinato dalla quantità di melanina presente nell’iride. Per millenni, gli esseri umani hanno presentato solo occhi scuri, una caratteristica protettiva evolutasi per schermare la vista dalle radiazioni solari intense. Il “regista” di questo processo è il gene OCA2, responsabile della produzione della proteina P, che aiuta a produrre e depositare la melanina.
Tuttavia, la ricerca condotta dall’Università di Copenaghen ha identificato che la causa degli occhi azzurri non è una mutazione diretta di OCA2, bensì un’interferenza in un gene adiacente chiamato HERC2. Questa alterazione agisce come un “interruttore” che limita l’azione di OCA2, riducendo drasticamente la produzione di melanina nell’iride. Invece di produrre il classico marrone, l’occhio risulta “diluito”, riflettendo la luce in modo tale da apparire azzurro.
Il viaggio di un singolo individuo
Il dato più sorprendente emerso dalle analisi del DNA è l’estrema uniformità della mutazione. Mentre il colore degli occhi castani presenta una vasta gamma di variazioni genetiche individuali, gli occhi azzurri mostrano una firma molecolare quasi identica in ogni soggetto testato, dalla Scandinavia alla Giordania.
Questo suggerisce che la mutazione non sia avvenuta più volte in luoghi diversi per selezione naturale, ma che si sia verificata una sola volta. Il “paziente zero” di questo mutamento cromatico sarebbe vissuto tra i 6.000 e i 10.000 anni fa, probabilmente nell’area a nord del Mar Nero, durante la grande espansione neolitica verso l’Europa. Da quel singolo individuo, il gene si è propagato attraverso le generazioni, viaggiando nelle tasche genetiche delle popolazioni migranti.
Oltre l’estetica: un vantaggio evolutivo?
Perché una mutazione che riduce la protezione contro la luce solare dovrebbe sopravvivere e diffondersi così ampiamente? La genetica evolutiva offre diverse ipotesi. Una delle più accreditate riguarda la vitamina D: nelle regioni settentrionali, dove la luce solare è scarsa, una minore pigmentazione (spesso associata anche a pelle più chiara) favorisce l’assorbimento dei raggi UV necessari per la sintesi vitaminica.
Ma esiste anche la possibilità che la selezione sia stata di natura puramente sociale o estetica. Quello che oggi chiamiamo “attrattività” potrebbe aver giocato un ruolo cruciale: in una popolazione dominata da occhi scuri, una variazione cromatica così netta potrebbe aver rappresentato un elemento di novità capace di influenzare le dinamiche di accoppiamento, garantendo la trasmissione del gene alle generazioni successive.
L’impatto sulla nostra identità collettiva
Questa scoperta trasforma radicalmente il modo in cui interpretiamo le differenze umane. Spesso tendiamo a catalogare le persone in base a categorie geografiche o etniche, ma la genetica ci ricorda che i tratti che consideriamo distintivi sono, in realtà, fili sottili che ci legano a una storia comune molto più recente di quanto immaginiamo.

Sapere che un pescatore norvegese e un bambino delle montagne dell’Atlante condividono lo stesso “nonno” genetico ridimensiona il concetto di distanza. Gli occhi azzurri non sono solo un carattere fenotipico, ma una sorta di archivio biologico che testimonia i grandi spostamenti dei nostri antenati, le loro fatiche e la loro capacità di adattarsi a nuovi climi e contesti.
Uno scenario in continua evoluzione
Oggi, la genetica sta andando oltre la semplice identificazione dell’antenato comune. Nuovi studi suggeriscono che la determinazione del colore degli occhi sia in realtà un processo poligenico, coinvolgendo fino a 16 geni diversi che interagiscono in modi complessi. Questo spiega perché esistono infinite sfumature, dal blu ghiaccio al grigio-azzurro, fino alle pagliuzze dorate che talvolta punteggiano l’iride chiara.
La scienza sta inoltre indagando se questa specifica mutazione porti con sé altre correlazioni biologiche, come una diversa sensibilità alla luce o una predisposizione a determinati ritmi circadiani. Il viaggio iniziato 10.000 anni fa non è ancora terminato: ogni nuovo dato raccolto aggiunge un tassello alla comprensione di come il genoma umano sia un’entità fluida, capace di riscriversi per rispondere alle sfide del tempo e dell’ambiente.
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