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Siberia 1908: il giorno in cui la Terra tremò senza lasciare traccia

Angela Gemito Feb 21, 2026

Alle ore 7:17 del 30 giugno 1908, la desolata regione del bacino del fiume Podkamennaja Tunguska, nel cuore della Siberia, divenne il teatro di uno dei fenomeni più violenti e inspiegabili della storia moderna. Una palla di fuoco, descritta dai testimoni locali come un “secondo sole” più luminoso del primo, attraversò l’atmosfera lasciandosi dietro una scia di fumo densa e persistente. Pochi istanti dopo, un’onda d’urto di proporzioni bibliche rase al suolo 80 milioni di alberi su una superficie di oltre 2.150 chilometri quadrati. L’energia sprigionata, stimata tra i 10 e i 30 megatoni, fu pari a mille volte la potenza della bomba atomica di Hiroshima.

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Eppure, nonostante la magnitudo dell’evento, il Mistero di Tunguska rimane una ferita aperta nel tessuto della conoscenza scientifica. Non ci furono crateri da impatto. Non furono rinvenuti frammenti metallici o rocciosi di dimensioni significative. Il suolo siberiano scelse di custodire il segreto di quella mattina di giugno, dando inizio a un secolo di speculazioni che spaziano dalla fisica dei corpi celesti alle ipotesi più radicali della meccanica quantistica.

Un silenzio durato vent’anni

L’isolamento geografico e l’instabilità politica della Russia dell’epoca fecero sì che la prima spedizione scientifica raggiungesse il sito solo nel 1927, guidata dal mineralogista Leonid Kulik. Ciò che Kulik si aspettava di trovare era un cratere simile a quello del Meteor Crater in Arizona; ciò che trovò, invece, fu uno scenario spettrale. Al centro dell’esplosione, gli alberi erano rimasti in piedi, ma completamente privi di rami e corteccia, simili a una distesa di pali telegrafici verticali. Tutto intorno, i tronchi erano stati abbattuti radialmente verso l’esterno, come se una mano invisibile avesse spianato la foresta partendo da un unico punto focale.

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Questa particolare disposizione degli alberi indicava chiaramente che l’esplosione non era avvenuta al suolo, ma nell’atmosfera, a un’altitudine compresa tra i 5 e i 10 chilometri. Il termine tecnico per definire tale evento è airburst: la detonazione di un corpo celeste causata dall’attrito e dalla pressione cinetica durante l’ingresso ad alta velocità negli strati densi dell’aria.

Le ipotesi sul tavolo: Cometa o Asteroide?

La comunità scientifica si è divisa per decenni sulla natura del “proiettile”. Una fazione sosteneva l’ipotesi della cometa: un corpo composto prevalentemente di ghiaccio e polveri che, evaporando istantaneamente, avrebbe giustificato l’assenza di residui solidi. Tuttavia, simulazioni termodinamiche più recenti suggeriscono che una cometa si sarebbe disintegrata molto più in alto nell’atmosfera.

L’ipotesi dell’asteroide roccioso appare oggi la più solida. Un corpo di circa 50-60 metri di diametro, entrando a una velocità di 15 chilometri al secondo, avrebbe subito una pressione tale da frammentarsi in modo esplosivo. Questo spiegherebbe l’onda d’urto devastante e la mancanza di un cratere principale. Tuttavia, la ricerca di micrometeoriti nei sedimenti dei laghi locali e nelle resine degli alberi sopravvissuti ha prodotto risultati spesso contrastanti, alimentando dubbi che la scienza accademica fatica a dissipare completamente.

Il fascino delle teorie alternative

Laddove la scienza lascia dei vuoti, fiorisce l’immaginazione e la fisica d’avanguardia. Nel corso degli anni, Tunguska è stata associata a fenomeni ben più esotici. Nel 1973, i fisici Jackson e Ryan proposero che la Terra potesse essere stata attraversata da un mini-buco nero, un’idea affascinante che però non trovò riscontro nelle registrazioni sismiche globali, che avrebbero dovuto rilevare un’uscita del corpo dal lato opposto del pianeta.

Altrettanto celebre è la teoria legata a Nikola Tesla. Alcuni sostengono che l’esplosione sia stata il risultato di un esperimento fallito con la sua “Torre di Wardenclyffe”, un tentativo di trasmettere energia senza fili attraverso la ionosfera. Sebbene suggestiva per gli amanti della storia alternativa, la cronologia dei fatti e le capacità energetiche dell’epoca rendono questa possibilità tecnicamente inverosimile.

L’impatto sulla nostra sicurezza planetaria

L’evento di Tunguska non è solo una curiosità storica o un freddo dato d’archivio. Esso rappresenta il più recente e potente ammonimento su quanto il nostro pianeta sia vulnerabile alle minacce provenienti dallo spazio profondo. Se un evento simile si verificasse oggi sopra una metropoli come Londra, New York o Tokyo, il bilancio delle vittime si misurerebbe in milioni, non in poche unità come accadde nella remota Siberia russa.

Proprio lo studio del “caso Tunguska” ha dato impulso ai moderni programmi di difesa planetaria, come la missione DART della NASA, volta a testare la deviazione di asteroidi potenzialmente pericolosi. Comprendere la dinamica di quell’esplosione significa, in ultima analisi, mappare i rischi della nostra stessa sopravvivenza.

Uno sguardo verso l’ignoto

Oggi, nuove tecniche di indagine geologica e analisi isotopica stanno cercando di estrarre informazioni definitive dal fango del Lago Cheko, che alcuni ricercatori italiani ritengono possa essere il cratere da impatto di un frammento superstite dell’esplosione. Sebbene la forma del lago sia compatibile con un impatto, il dibattito resta acceso: la sedimentazione sembra indicare un’età molto superiore ai cento anni, riportando la discussione al punto di partenza.

Il Mistero di Tunguska persiste non per mancanza di interesse, ma per la natura stessa dell’evento: un’esplosione fantasma che ha lasciato cicatrici profonde sulla terra ma quasi nessuna traccia della sua essenza materiale. Mentre i ricercatori continuano a setacciare la taiga alla ricerca di una risposta definitiva, ci si chiede se saremo in grado di risolvere l’enigma prima che un evento simile torni a bussare alle porte della nostra atmosfera.

La ricerca della verità su Tunguska non riguarda solo il passato; è una finestra aperta sulla dinamica violenta del sistema solare e sulla nostra capacità di interpretare i segnali di un universo che, occasionalmente, decide di ricordarci la sua immensa potenza distruttiva.

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Angela Gemito

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