L’enigma del guantierio di Stratford
Esiste un vuoto pneumatico nella storia della letteratura mondiale, un silenzio documentale che da oltre centocinquant’anni tormenta storici, filologi e appassionati di teatro. Al centro di questo vuoto non c’è una figura minore, ma l’architetto stesso della lingua inglese moderna: William Shakespeare.

Il paradosso è affascinante quanto inquietante. Abbiamo di fronte a noi un corpus di opere che dimostra una conoscenza enciclopedica del diritto, della falconeria, delle dinamiche di corte europee e delle lingue classiche. Eppure, l’uomo di Stratford-upon-Avon, per quanto ci dicono i registri parrocchiali e legali dell’epoca, era il figlio di un commerciante di pellami che non ha lasciato dietro di sé una singola lettera autografa, un manoscritto originale o un libro della sua (presunta) sterminata biblioteca personale.
Questa discrepanza tra l’imponenza dell’opera e l’esiguità della biografia ha dato vita alla “Questione Shakespeariana”. Non si tratta di una semplice teoria del complotto da sottoscala, ma di un dibattito che ha coinvolto menti del calibro di Sigmund Freud, Mark Twain e Orson Welles.
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Il profilo di un genio “impossibile”
Per comprendere perché molti studiosi (i cosiddetti “anti-stratfordiani”) fatichino a identificare l’attore William Shakespeare con l’autore dei drammi, bisogna analizzare il contenuto delle opere. L’autore di Amleto e Il Mercante di Venezia possedeva un vocabolario di circa 29.000 parole diverse, il doppio rispetto a quello di giganti come Milton.
Le sue opere rivelano una familiarità intima con l’Italia (ambientazione di ben 15 drammi) ricca di dettagli geografici e sociali che, all’epoca, erano accessibili solo a chi avesse viaggiato nel continente. Il “William” di Stratford, secondo i registri, non lasciò mai l’Inghilterra. Come poteva un uomo che non aveva mai frequentato l’università né frequentato i corridoi del potere descrivere con tale precisione l’etichetta aristocratica e i tecnicismi legali delle alte corti?
I candidati all’immortalità
Se non è stato l’attore del Warwickshire, chi ha impugnato la penna? Le teorie più accreditate hanno individuato profili che colmano le lacune lasciate dalla biografia ufficiale.
- Edward de Vere, XVII Conte di Oxford: È il candidato principale. Aristocratico, colto, viaggiatore e patrono delle arti. Molte vicende della sua vita privata sembrano specchiarsi nei passaggi dei sonetti e dei drammi. Sostenere che un nobile scrivesse per il teatro popolare era, all’epoca, uno scandalo da evitare a ogni costo: da qui la necessità di uno pseudonimo.
- Christopher Marlowe: Il “rivale” di Shakespeare. La leggenda vuole che la sua morte in una rissa di taverna nel 1593 sia stata una messa in scena per sfuggire a un’accusa di eresia, e che abbia continuato a scrivere dall’esilio usando Shakespeare come prestanome.
- Francis Bacon: Il filosofo e giurista. Molti vedono nelle opere di Shakespeare una struttura filosofica e scientifica che ricalca il pensiero baconiano, ipotizzando l’esistenza di codici cifrati inseriti nei testi originali (i famosi “cifrari di Bacon”).
- L’ipotesi di gruppo: Una teoria più moderna e fluida suggerisce che “Shakespeare” fosse il marchio editoriale di un collettivo di intellettuali, una sorta di laboratorio creativo d’élite che utilizzava un attore di professione come volto pubblico per le proprie sperimentazioni politiche e poetiche.

L’impatto della ricerca: Perché ci importa ancora?
Mettere in discussione l’identità di Shakespeare non è un esercizio di iconoclastia fine a se stesso. Influenza profondamente il modo in cui leggiamo i testi. Se accettiamo l’idea che l’autore fosse un nobile coinvolto nelle trame di corte di Elisabetta I, ogni dramma storico assume una valenza politica esplosiva, diventando un commento critico al potere, crittografato per sfuggire alla censura.
D’altro canto, difendere l’attribuzione tradizionale significa celebrare la forza dell’immaginazione pura: l’idea che il genio non abbia bisogno di titoli nobiliari o lauree per comprendere l’animo umano. È lo scontro tra il pragmatismo storico e il romanticismo dell’ispirazione divina.
Uno scenario in evoluzione
Oggi, la tecnologia sta entrando prepotentemente nel dibattito. L’analisi stilometrica computazionale — ovvero l’uso di algoritmi per confrontare la “firma” linguistica di diversi autori — sta rivelando collaborazioni insospettabili. È ormai quasi certo che molte opere non siano state scritte da una mano sola, ma siano il frutto di editing e riscritture collettive tipiche del dinamico ambiente teatrale londinese di fine Cinquecento.
La ricerca della “vera” identità si sta spostando dalla ricerca di un singolo nome alla comprensione di un ecosistema culturale. Tuttavia, il mistero persiste. Ogni volta che emerge un nuovo documento o si analizza un vecchio testamento (come quello di Shakespeare, curiosamente privo di menzioni a libri o manoscritti), il puzzle si complica anziché risolversi.
Verso una nuova comprensione
La questione shakespeariana rimane una delle più affascinanti “detective stories” della storia della cultura. Che si tratti di un genio autodidatta o di un sofisticato aristocratico costretto all’anonimato, l’eredità di quelle parole rimane intatta. Ma indagare sulle origini di tale bellezza non è solo curiosità: è un atto di giustizia verso l’intelligenza umana e verso un’epoca che ha ridefinito il nostro modo di stare al mondo.
Perché la domanda non è solo “chi ha scritto?”, ma “perché ha dovuto nascondersi?”. La risposta potrebbe cambiare radicalmente ciò che sappiamo sul legame tra arte e potere nell’Inghilterra elisabettiana.
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, Angela Gemito naviga tra le ultime notizie, le tendenze tecnologiche e le curiosità più affascinanti per offrirtele su questo sito. Preparati a scoprire il mondo con occhi nuovi, un articolo alla volta!




