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Il DNA di alcune mummie di 7.000 anni fa non è umano (come il nostro)

Angela Gemito Feb 2, 2026

Il Sahara, oggi distesa infinita di sabbia e silenzio, è stato per millenni uno dei laboratori biologici e culturali più dinamici del pianeta. Ma ciò che emerge oggi dai sedimenti del massiccio del Tadrart Acacus, nel cuore della Libia, supera la narrazione archeologica tradizionale per addentrarsi nel campo dell’archeogenetica molecolare. La scoperta di due resti femminili eccezionalmente conservati, risalenti a 7.000 anni fa, non è solo il ritrovamento di due “mummie” naturali; è l’apertura di un varco temporale verso una popolazione che, geneticamente parlando, non dovrebbe trovarsi lì. O, quantomeno, non con quelle caratteristiche.

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Questi resti, appartenenti alla popolazione di Takarkori, raccontano una storia di isolamento, adattamento e innovazione che sfida le fondamenta stesse di ciò che credevamo di sapere sulla diffusione della civiltà nel Nord Africa.

Un’identità genetica senza eredi

Il dato più sconvolgente emerso dallo studio pubblicato su Nature e condotto dal Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology è la profonda distanza genetica tra queste donne e gli attuali abitanti della regione. Mentre la storia delle migrazioni umane è solitamente un racconto di mescolanze, sovrapposizioni e integrazioni, il DNA di Takarkori si presenta come un’isola nel tempo.

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Le analisi genomiche hanno rivelato che queste popolazioni erano le discendenti dirette degli abitanti delle grotte di Taforalt, in Marocco, vissuti circa 15.000 anni fa. Tuttavia, tra loro e le popolazioni nordafricane moderne esiste un divario genetico quasi incolmabile. È come se quel ramo dell’albero genealogico umano si fosse proteso con forza nel tardo Pleistocene per poi arrestarsi bruscamente, lasciando tracce materiali ma quasi nessuna eredità biologica nei popoli che oggi abitano quelle terre. Questo suggerisce un isolamento millenario, protetto e al contempo confinato da un ecosistema che oggi fatichiamo a immaginare.

Il Sahara Verde: un paradiso compartimentato

Per comprendere come un gruppo umano possa rimanere geneticamente isolato per migliaia di anni in una regione così vasta, dobbiamo dimenticare l’immagine attuale del deserto. Settemila anni fa, il Sahara era “Verde”. Era un mosaico di savane, laghi profondi, fiumi perenni e foreste lussureggianti. Ma era anche un territorio frammentato da imponenti catene montuose e barriere naturali.

Questo ambiente, paradossalmente, favoriva la nascita di “tasche” culturali e biologiche. Mentre i cacciatori-raccoglitori di Takarkori prosperavano grazie alle risorse idriche e alla selvaggina, le barriere geografiche impedivano i flussi migratori massicci. Le donne di Takarkori vivevano in un mondo dove la mobilità era legata ai cicli stagionali del Sahara Verde, ma non necessariamente al contatto con popolazioni esterne. Questo isolamento ha preservato una firma genetica antichissima, rendendole una sorta di “capsula del tempo” biologica.

L’ombra di Neanderthal nel cuore dell’Africa

Un altro tassello del puzzle riguarda l’eredità Neanderthal. È noto che le popolazioni eurasiatiche portano nel proprio codice una percentuale di DNA neanderthaliano dovuta agli incroci avvenuti decine di migliaia di anni fa. Nelle popolazioni africane sub-sahariane, tale traccia è storicamente assente o minima.

Il caso di Takarkori presenta un’anomalia statistica: pur avendo una proporzione di geni Neanderthal inferiore rispetto agli europei moderni, mostrano livelli significativamente più alti rispetto alle popolazioni circostanti dell’epoca. Questo dettaglio non è una semplice curiosità accademica, ma la prova scientifica di una separazione precoce e profonda tra i gruppi umani del Nord Africa e quelli sub-sahariani, avvenuta molto prima di quanto ipotizzato finora. Siamo di fronte a una ramificazione della nostra specie che ha seguito percorsi evolutivi paralleli e indipendenti per millenni.

La fine del dogma migratorio: l’agricoltura come idea, non come popolo

Forse l’impatto più dirompente di questa scoperta riguarda la nascita dell’agricoltura. Per decenni, la teoria dominante ha sostenuto che le pratiche agricole fossero arrivate in Africa attraverso ondate migratorie provenienti dal Medio Oriente (la Mezzaluna Fertile). In breve: i migranti portavano con sé i semi e le tecniche, sostituendo o fondendosi con i cacciatori-raccoglitori locali.

I dati di Takarkori ribaltano questo paradigma. Poiché queste popolazioni erano geneticamente isolate e non mostrano segni di mescolanza con i migranti orientali, ma allo stesso tempo svilupparono tecniche avanzate di gestione del territorio e di produzione, la conclusione è rivoluzionaria: l’agricoltura e le tecnologie connesse (ceramica, cesti complessi, utensili sofisticati in osso) potrebbero essersi diffuse per scambio culturale e non per sostituzione demografica.

Gli abitanti del Sahara non furono spettatori passivi di un’invasione tecnologica, ma attori protagonisti che adottarono e rielaborarono idee circolanti, mantenendo però intatta la propria identità biologica. La loro era una cultura resiliente, capace di inventare una ceramica raffinata molto prima che l’agricoltura diventasse la norma nel resto del continente.

Un’eredità sepolta sotto la sabbia

Cosa è successo alla gente di Takarkori? Il ritorno ciclico dell’aridità nel Sahara, un processo iniziato circa 5.000 anni fa, ha trasformato i laghi in bacini di sale e le savane in dune. È probabile che quel ramo dell’umanità, così specializzato e adattato a quella specifica nicchia ecologica, non sia riuscito a sopravvivere al collasso climatico o sia stato costretto a una diaspora che ne ha diluito le tracce fino a farle scomparire.

Queste mummie di 7.000 anni fa ci lasciano con una lezione profonda sulla natura umana: la nostra storia non è una linea retta che va dal “primitivo” al “moderno”, ma un groviglio di esperimenti biologici e culturali, alcuni dei quali, come quello di Takarkori, sono stati incredibilmente brillanti prima di svanire nel nulla.

Mentre le tecnologie di sequenziamento del DNA diventano sempre più raffinate, la domanda non è più solo chi fossero queste donne, ma quante altre storie simili giacciono ancora protette dal calore del Sahara, in attesa di essere lette come un libro di codice genetico.

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Angela Gemito

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