L’illusione del crudo: perché tutto ciò che crediamo di sapere sul sushi è parziale
Esiste un paradosso culturale radicato profondamente nelle nostre abitudini di consumo: la convinzione che l’identità di un piatto sia definita dal luogo in cui ha raggiunto la sua perfezione estetica, piuttosto che da quello in cui è nato. Se oggi chiedessimo a un passante, in qualsiasi metropoli del mondo, di associare una nazione al termine “sushi“, la risposta sarebbe univoca: Giappone. Eppure, la storia millenaria di questo cibo racconta una verità diversa, fatta di migrazioni fluviali, tecniche di conservazione arcaiche e una metamorfosi che ha impiegato oltre dieci secoli per attraversare il Mar Cinese Orientale.

Il sushi, nella sua essenza ontologica, non è nato come una prelibatezza gourmet, né come un omaggio alla freschezza del pesce crudo. Al contrario, è nato come una necessità tecnologica per sconfiggere il tempo e la decomposizione in climi dove l’umidità rendeva la conservazione delle proteine una sfida quotidiana.
Le radici nel Sud-Est asiatico e l’eredità cinese
Per rintracciare il vero antenato del nigiri, dobbiamo spostare lo sguardo dalle coste del Giappone alle sponde del fiume Mekong e alle valli della Cina meridionale. Tra il III e il V secolo d.C., le popolazioni locali svilupparono un metodo ingegnoso per conservare il pesce d’acqua dolce: il Narezushi.
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In questa fase embrionale, il riso non era affatto il protagonista del piatto, bensì un semplice strumento biochimico. Il pesce veniva pulito, sventrato e stratificato con riso cotto e sale all’interno di barili di legno, pressati con pietre pesanti. Durante il processo di fermentazione lattica, il riso si degradava trasformandosi in una pasta acida che preservava la carne del pesce, impedendone la putrefazione. Il dettaglio che oggi ci lascerebbe sbigottiti? Il riso veniva sistematicamente scartato. Era considerato un imballaggio organico, un conservante naturale che aveva esaurito la sua funzione una volta che il pesce era pronto per essere consumato, mesi o addirittura anni dopo.
Questa tecnica si diffuse ampiamente durante la dinastia Han in Cina. I testi storici dell’epoca descrivono con precisione il processo di fermentazione, confermando che il concetto di “sushi” era parte integrante del panorama gastronomico cinese secoli prima di diventare un simbolo dell’estetica nipponica.
Il viaggio verso l’arcipelago e la trasformazione giapponese
Come è arrivato, dunque, in Giappone? La transizione avvenne intorno all’VIII secolo, durante il periodo Nara. I monaci buddisti e i commercianti che viaggiavano tra il continente e l’arcipelago portarono con sé questa tecnica di conservazione. Tuttavia, è qui che interviene il genio trasformativo della cultura giapponese.
Mentre in Cina la pratica del pesce fermentato iniziò lentamente a declinare con l’avvento di nuove tecniche di essiccazione e l’influenza delle popolazioni nomadi del nord (che preferivano la carne), il Giappone isolano abbracciò il concetto, accelerandone l’evoluzione. Nel periodo Muromachi (1336–1573), i giapponesi decisero di accorciare i tempi di fermentazione. Non volevano più aspettare un anno per mangiare il pesce; volevano un sapore che fosse ancora “vivo”. Nacque così il Nama-nare, una versione in cui il pesce era ancora parzialmente fresco e il riso, non ancora completamente decomposto, iniziava a essere consumato insieme alla proteina.
La rivoluzione dell’aceto e la nascita del fast food
Il vero strappo definitivo con le origini cinesi avvenne nel periodo Edo (1603–1868). Con l’aumento della popolazione a Tokyo (allora chiamata Edo) e un ritmo di vita sempre più frenetico, l’attesa per la fermentazione divenne un lusso insostenibile.
Gli artigiani del cibo ebbero un’intuizione che cambiò la storia: se il fine della fermentazione era dare acidità al riso, perché non aggiungere direttamente l’aceto di riso? Questa innovazione rimosse completamente la necessità della fermentazione naturale. Il sushi passò da essere un metodo di conservazione a essere un metodo di preparazione estemporanea.
In questo contesto apparve la figura di Hanaya Yohei, spesso accreditato come l’inventore del Nigiri-zushi. Egli iniziò a servire piccoli bocconi di riso acidulato sormontati da una fetta di pesce fresco pescato nella baia di Edo. Non era più un cibo conservato, ma il primo vero “fast food” della storia moderna, venduto in bancarelle lungo le strade per i lavoratori in cerca di un pasto rapido e nutriente.
L’impatto culturale: un’appropriazione creativa
La storia del sushi ci insegna che l’autenticità non è un concetto statico. Affermare che il sushi sia cinese non significa sminuire l’eccellenza giapponese, ma piuttosto riconoscere un processo di appropriazione creativa. Il Giappone ha preso una tecnologia di conservazione pragmatica e l’ha trasformata in un’arte minimalista, elevando la selezione della materia prima e la precisione del taglio a livelli quasi sacrali.

Questo spostamento di baricentro ha cancellato la memoria delle origini continentali nella mente dei consumatori globali. Oggi, il sushi è il veicolo principale della soft power giapponese, un’industria miliardaria che definisce gli standard di freschezza e lusso in tutto il mondo. Ma senza quei contadini delle valli del Mekong che stipavano pesce e riso nei barili di legno per sopravvivere alle piogge, l’estetica del sushi come la conosciamo non esisterebbe.
Scenario futuro: il ritorno alle origini o l’evoluzione sintetica?
Mentre il sushi continua a evolversi – basti pensare alle versioni fusion nate in California o in Brasile – stiamo assistendo a un curioso fenomeno di “archeologia gastronomica”. Chef di alto livello a Tokyo e Kyoto stanno riscoprendo il Narezushi originale, riproponendo sapori fermentati estremi che sfidano il palato moderno abituato al pesce delicato.
Al contempo, la crisi degli oceani e la scarsità di specie pregiate come il tonno rosso stanno spingendo la tecnologia verso il sushi prodotto in laboratorio o a base vegetale. La domanda che si pone per il prossimo decennio è: la definizione di sushi resterà legata alla sua forma (il boccone di riso e pesce) o tornerà alla sua funzione originaria di conservazione e trasformazione intelligente della materia prima?
La comprensione delle radici cinesi di questo piatto non è un semplice esercizio di nozionismo, ma una chiave di lettura per interpretare come il cibo si muove, muta e sopravvive attraverso i secoli, adattandosi alle mani di chi lo prepara e alle bocche di chi lo consuma.
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